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Full Metal Jacket | Il Vietnam, Kubrick e la storia vera del sergente Hartman

Da vero soldato ad attore cult: ecco cosa si nasconde dietro la vicenda di Ronald Lee Ermey

Full Metal Jacket e il Sergente Hartman
Full Metal Jacket e il Sergente Hartman

MILANO – “Come ti chiami, sacco di lardo? D’ora in poi tu sarai Palla di lardo”. A pronunciare queste parole non può che essere stato il sergente Hartman, personaggio (super) cult del penultimo film di Stanley Kubrick, Full Metal Jacket, uscito nel 1987 (lo trovate su CHILI). Interpretato dal grande Ronald Lee Ermey – che ci ha lasciati nel 2018 -, lo vediamo alle prese con il duro lavoro di addestramento delle nuove reclute, nei tremendi anni della guerra del Vietnam. Lui, Ermey, marine lo era stato per davvero. Non per vocazione, si intende, ma l’alternativa all’esercito era il carcere per una serie di arresti giovanili. Così, dopo essersi arruolato nel 1961, viene mandato a combattere in Vietnam nel 1968 e viene poi congedato nel 1972, per aver riportato delle gravi ferite.

Full Metal Jacket:Hartman e Palla di Lardo...
Hartman e Palla di Lardo…

Ma la guerra entra dentro e Ermey, alla fine, arriva a rappresentare proprio quell’ideale della vita militare tanto cara all’Uncle Sam. Kubrick non è il primo a notare la sua attitudine per il cinema: ci pensa Francis Ford Coppola a farlo conoscere, con Apocalypse Now. Kubrick lo vede a lavoro e decide che deve averlo per il suo prossimo film, un film di guerra sul Vietnam per mostrare l’addestramento dei Marines e gli effetti del conflitto bellico sulla vita delle persone. Ermey non ha bisogno di prepararsi per il ruolo perché fa parte del suo passato, e allora Kubrick gli permette di scrivere in parte i suoi dialoghi e in parte di improvvisare, per il resto collaborano insieme.

Il sergente Hartman
Il sergente Hartman

“Se voi signorine finirete questo corso sarete un’arma, sarete dispensatori di morte”. Ermey è in grado di rivivere sulle scene il suo passato e la sua esperienza, i suoi sono gli atteggiamenti inflessibili di chi ha vissuto veramente la guerra ed è stato cambiato per sempre. Per mantenere il distacco, non provava e non parlava quasi mai con gli altri attori; all’apice del successo arriva a incarnare perfettamente l’etica militarista e l’idea dell’annientamento dei soldati in favore del conflitto. L’obiettivo era rendere l’idea di quanto fosse estenuante l’addestramento dei soldati, un addestramento che probabilmente li avrebbe solo condotti alla morte, sergente Hartman compreso.

Stanley Kubrick sul set di Full Metal Jacket
Stanley Kubrick sul set di Full Metal Jacket

Eppure, questo è solo uno dei tanti elementi che fanno della lavorazione e della costruzione di Full Metal Jacket un caso particolare. Per restare il più vicino possibile alla realtà, anche gli attori mangiavano con le razioni che erano destinate ai soldati durante la guerra (non c’è modo migliore di comprendere che provarlo sulla propria pelle). Kubrick poi, da perfezionista qual era, ne ha fatte passare delle belle al buon vecchio Ermey: fu sottoposto a un addestramento metodico per imparare a pronunciare le battute velocemente che consisteva nell’avere un assistente pronto a lanciargli palle da tennis e arance mentre ripeteva le sue frasi gridando.

Né bisogna dimenticare che il film non fu girato negli Stati Uniti ma nel Sussex, appena fuori Londra, e che il regista fece mandare indietro un intero carico di palme perché non erano di suo gradimento, salvo poi farle arrivare infine dalla Spagna. Impossibile poi non citare una delle scene tagliate che, comprensibilmente, è stata esclusa dal montaggio finale, complice il fatto che i soldati stavano giocando a calcio con una testa umana, il che avrebbe potuto dare un certo fastidio. Ma, palme e teste mozzate a parte, è innegabile che Full Metal Jacket sia un capolavoro unico nel suo genere, anche per il forte realismo che trasmette. Anzi, sentendo i rimproveri del sergente Hartman siamo quasi spinti anche noi a metterci sull’attenti, magari cantando la Marcia di Topolino…

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