MILANO – Per Emilio D’Alessandro non era Stanley Kubrick, ma semplicemente un amico che ha accompagnato per quasi trent’anni di cinema e vita, da Arancia Meccanica a Barry Lyndon, fino a Shining. Così, arrivando dalla sua Cassino fino a Milano, Emilio, insieme a sua moglie Janette, porta il ricordo di quelle giornate infinite, tra set, appunti lasciati per casa e lunghe telefonate. E lo racconta, cuore in mano, al pubblico che, in occasione dell’evento di Hot Corn in sala di Shining, è corsa ad ascoltare le storie di un lavoratore instancabile, uomo semplice dalle mille risorse, amico e confidente di un genio del Novecento. Ecco cos’ha raccontato al pubblico dell’Odeon.

L’OSCAR «Nel 1976, Milena Canonero vinse l’Oscar per i Costumi di Barry Lyndon, mentre Stanley vinse l’Oscar unicamente qualche anno prima per i migliori effetti speciali di 2001: Odissea nello Spazio. Ad essere sincero però, a lui, dei premi, degli Oscar, non importava veramente nulla. Anzi, quando veniva premiato in Italia, andavo io a ritirarli per lui e, visto che non volava, in America mandava sempre qualcun altro. Ma l’Oscar non fu mai un cruccio per lui, non gli importava nulla».

I FILM «Di cinema, cineprese, ne capisco e ne ho sempre capito poco, mentre capisco di macchine. Questo gliel’ho sempre detto, fin dall’inizio. Lui mi disse che sarebbe bastato. I suoi film? Due o tre devo ancora vederli, e devo finire di vedere Shining. Se ho paura? No, no, sapendo tutto quello che c’è stato sul set, tra asce e coltelli, non mi fa effetto, io ho visto la macchina prima di essere montata, conosco tutto e quindi non riesco a cogliere la magia di tutto».

SUL SET DI SHINING «Alla fine di ogni giornata di riprese, accompagnavo sempre Jack Nicholson all’hotel, ma lui fumava continuamente marijuana e dopo tre giorni chiesi a Stanley di non portarlo più. Un giorno vennero sul set i genitori di Stanley e lui mi chiese di tenerli lontani perché doveva girare una scena particolarmente cruenta, quella in cui Jack colpisce Scatman Crothers. Non voleva che loro la vedessero. Così iniziai a parlare e li portai lontano…».
L’OMAGGIO «Ricordarlo oggi? Una rinascita, che mi da coraggio. E l’omaggio di questa sera, è solo un piacere, condividere il ricordo con voi un onore. Mi addolora che lui non possa vederlo, ma credo proprio che sia davvero contento. Ricordo ancora la prima volta che lo vidi: era il 1971, sul set di Arancia Meccanica. Me lo trovai davanti e di primo acchito pensai fosse il giardiniere: era vestito molto casual, con i capelli scompigliati. Iniziò tutto così».

L’EMOZIONE «Ripenso ancora al giorno della sua scomparsa. Mi chiamarono al telefono e appena sua moglie me lo disse urlai un’imprecazione che sentì anche mia moglie nella stanza di là. Non ci credevo, non potevo crederci. Andai subito a casa sua, Christiane, ci abbracciò, dicendoci : “Stanley non c’è più”. Dopo la sua scomparsa potevo continuare lavorare come autista per altri registi, mi cercavano già, ma io avevo fatto una promessa a Stanley, il mio impegno era con lui, anche oltre il lavoro».
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