in

I love Radio Rock e quella rivoluzione da sognare a tutto volume

Una nave, la ribellione, Londra e gli anni Sessanta. E poi una colonna sonora indimenticabile

Il rock’n’roll e quegli indimenticabili anni Sessanta: energia ribelle, anticonformismo e rivoluzione sessuale, tutto racchiuso nei sogni di chitarre e bassi, batterie e canti liberi. I love Radio Rock torna al significato primordiale del genere che ha sconquassato il perbenismo borghese del Novecento. Il regista Richard Curtis (un Re Mida della commedia british: sceneggiatore di Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill, regista di Love Actually) si aggancia a un episodio accaduto nel decennio dell’esplosione di Beatles e Jimi Hendrix: da una nave corsara ancorata nel Mare del Nord, un gruppo di disc-jockey trasmetteva incessantemente brani rock, dando il via al mito delle radio pirata, tra leggenda e verità.

Contro di loro, si muoverà il ministro Sir Alistair Dormandy – Kenneth Branagh – che intercetta il valore anti-istituzionale e sovversivo di quella musica e di quella gente, di quel movimento che è pronto a infettare come un virus le nuove generazioni a suon di riff che graffiano ed entusiasmano, e di parole che inneggiano all’abbattimento delle regole di vita imposte dal potere politico e religioso. In fondo, I love Radio Rock è la storia di un’unica grande famiglia, legata da una passione comune e dall’idea che se il mondo può cambiare c’è bisogno di farlo qui e subito: il rock è la spinta propulsiva che unisce personaggi dai caratteri molto distanti, e che li porta a combattere insieme, con spensieratezza e allegria.

E in questa apoteosi dello spirito comunitario, in questa enorme squadra di attori e caratteristi che trascinano per due ore e un quarto lo spettatore in un viaggio scoppiettante, colorato e frenetico, si susseguono sequenze memorabili, oltreché canzoni che hanno inciso il loro nome nella storia: tra le prime, è doveroso citare lo scontro tra “Il Conte” Philip Seymour Hoffman, in una parte che può far pensare al leggendario critico Lester Bangs, e il Gavin di Rhys Ifans, che omaggia quel Brian Jones che nel 1962 diede vita ai Rolling Stones; tra le seconde, si fatica a rimanere emotivamente indifferenti quando partono All Day and all of the Night dei Kinks, Wouldn’t It Be Nice dei Beach Boys, My Generation degli Who e A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum.

E sui titoli di coda, passano in rassegna tutte le copertine degli album che contribuiranno a tenere accesa, negli anni, la fiammella del rock: da Raw Power di Iggy and The Stooges a Nevermind dei Nirvana, da London Calling dei Clash a Back to Black di Amy Winehouse. Perché, come avverte il Conte poco prima che la nave affondi: «Ovunque nel mondo ragazzi e ragazze avranno sempre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni. E saranno la meraviglia del mondo». Rock is not dead.

Volete rivedere il film di Richard Curtis? Lo trovate su CHILI: I love Radio Rock.

  • RockCorn #1: Velvet Goldmine e il suono di una rivoluzione perduta
  • RockCorn #2: Il sacrificio di Ian Curtis e la poesia dolente di Control
  • RockCorn #3: Last Days, tra Michael Pitt e il fantasma di Kurt Cobain
  • RockCorn #4: C’era una volta il punk: Sid & Nancy e quei due cuori malati

Qui invece il trailer ufficiale:

Lascia un Commento

Star Trek: Universal avrebbe in programma un parco a tema

Agents of S.H.I.E.L.D.: Svelato il finale di stagione e le prime anticipazioni sulla sesta