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Velvet Goldmine, David Bowie e il suono di quella rivoluzione perduta

Todd Haynes, rock, sogni glam e una colonna sonora che mescola Radiohead e Marc Bolan

Velvet Goldmine
Jonathan Rhys Meyers e Ewan McGregor in posa sul set di Velvet Goldmine.

MILANO – Todd Haynes ha rivoluzionato il modo di raccontare la musica al cinema. Un’esagerazione? No. I suoi film non si limitano a essere il ritratto di un artista o di un periodo della sua vita, ma fanno emergere l’umore, il sentimento, la poetica e l’estetica che gli appartengono. Lo farà poi in maniera sfaccettata e certamente complessa nel dylaniano Io non sono qui del 2007, ma già nove anni prima, con Velvet Goldmine, il regista californiano non omaggiava solo l’esplosione del glam rock, ma lo utilizzava come strumento per riflettere sull’identità sessuale e sulla libertà dei costumi, invocando la necessità di esprimere la propria natura.

I titoli di testa di Velvet Goldmine. Il film fu presentato a Cannes il 22 maggio 1998.

No, non è esplicito, ma i protagonisti di Velvet Goldmine sono proprio loro, David Bowie e Iggy Pop, coppia nella coppia, nonostante nel film abbiano i nomi fittizi di Brian Slade e Curt Wild (impersonati con una fisicità trascinante da Jonathan Rhys Meyers e Ewan McGregor). Non importa nemmeno che gli eventi narrati non rispecchino esattamente la realtà dei fatti: Haynes gira biopic obliqui e disfunzionali, interessati a trasmettere la rilevanza dei personaggi sul contesto storico, e anche a evidenziare la loro influenza sulla cultura pop e sull’immaginario collettivo.

Christian Bale e Todd Haynes in un posato sul set. Era il 1998.

Il punto di vista utilizzato è quindi anomalo: quello di un giornalista, Arthur Stuart (Christian Bale, altra interpretazione da mettere in enciclopedia), incaricato di indagare sulla fine di Slade, che a metà anni Settanta durante un concerto aveva messo in scena una sorta di suicidio artistico (leggi la fine di Ziggy Stardust, quello che fece Bowie nel 1972). Questo è l’espediente per far rivivere un’epoca rivoluzionaria quasi fosse un flashback emotivo, facendo emergere la nostalgia per anni dove la trasgressione era un mezzo per combattere ottusità e pregiudizi.

Christian Bale nei panni di Arthur Stuart.

Velvet Goldmine diventa così soprattutto un affresco politico della Swinging London, descritta come l’ultima epoca dandy, quando il travestimento significava ribellione e autonomia, e aveva il fine di risarcire una storia secolare di ingiustizie e discriminazioni. Non è un caso che in un prologo quasi “cristologico” Slade/Bowie venga presentato come la reincarnazione di Oscar Wilde. Eppure, il peso sociale del movimento glam non fu subito compreso, tanto da essere ideologicamente frainteso addirittura negli ambienti più contestatari e post-sessantottini.

Ewan McGregor e Jonathan Rhys Meyers sul set.

Ad ogni modo, per chi ama quel genere musicale e i suoi derivati, Velvet Goldmine è una goduria assoluta, ancora oggi (anzi, ancor più oggi): in colonna sonora non mancano brani di Brian Eno, Pulp, Roxy Music, Placebo, Lou Reed, e dello stesso Iggy Pop in versione Stooges. Attenzione però, non c’è Bowie, perché rifiutò che il suo nome venisse in alcun modo associato al film, reputando che calcasse troppo la mano sulla sua presunta omosessualità, dibattuta ancora oggi da cultori, appassionati e biografi del Duca Bianco. Ma questa è un’altra storia…

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