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Il sacrificio di Ian Curtis, i Joy Division e la poesia dolente di Control

Anton Corbijn e quel biopic da recuperare dedicato al talento dei Joy Division. In sala il 16 luglio

Sam Riley nel ruolo di Ian Curtis in una scena di Control.

MILANO – Due soli album, entrati però di diritto nella leggenda della musica del Novecento: Unknown Pleasures (1979) e Closer (1980). Quella dei Joy Division è una storia troppo breve, interrotta bruscamente a causa del suicidio del cantante ventitreenne Ian Curtis. Ma Control – dal 16 luglio nuovamente in sala grazie all’ottima intuizione di Movies Inspired – non è solo un film su di lui, nemmeno un semplice biopic, ma la genesi di un gruppo nato in una di quelle province inglesi che sono luoghi di culto per chi le immagina da lontano, ma per chi le vive sono gabbie grigie dove il rock può essere una delle due vie di fuga. L’altra? La droga. E il merito principale del film d’esordio del fotografo Anton Corbijn – alcune delle copertine più famose della storia del rock sono sue, dagli U2 ai Depeche Mode – è quello di evitare accuratamente lo stereotipo dell’artista maledetto che si brucia velocemente.

Control
Anton Corbijn sul set di Control.

Forse Ian Curtis si è sposato davvero troppo presto, forse davvero ha consumato a dismisura farmaci e antidepressivi per combattere l’epilessia, ma il ritratto realizzato magistralmente da Corbijn nel film – rigorosamente in bianco e nero – è quello di un ragazzo normale, uguale a tutti noi, appassionato di musica, e incline all’innamoramento facile per le ragazze dolci e che gli mostrano interesse. Un giovane adulto senz’altro più sensibile e introverso della media, ma non per questo una rockstar dannata.

Manchester e Ian: Sam Riley in un’altra scena.

E proprio a questo proposito, in Control è funzionale il bianco e nero, che smorza ogni tentazione di furore giovanile, celebrazione del successo e successiva autodistruzione. Fondamentale è la descrizione dell’ambiente operaio e umile da cui provengono i quattro musicisti (non dimentichiamo che, oltre a Curtis, il film è anche su Peter Hook, Bernard Sumner e Stephen Morris, che dopo la morte del frontman diedero vita ai New Order) e il clima tra noia e routine con cui convivono quotidianamente.

I Joy Division al completo: notare Joe Anderson nel ruolo di Peter Hook.

Straordinaria la colonna sonora: si ascoltano tutti i pezzi più importanti dei Joy Division (da Love Will Tear Us Apart a Transmission), ma anche brani di Sex Pistols, Lou Reed e David Bowie. Dopotutto, il loro post-punk nasceva proprio dalla fusione di queste influenze. Ed è spaventosa la performance di Sam Riley, attore troppo sottoutilizzato (lo ricordiamo nell’adattamento di On the Road di Walter Salles), che non soltanto assomiglia in modo impressionante a Curtis ma ne replica mimeticamente le mosse sul palco, l’insofferenza fisica e la voce profonda e baritonale.

Si percepiscono in maniera viscerale la cura e l’amore con cui Corbijn si è dedicato a questo primo film, stilisticamente impeccabile, ed è bravo anche a non cercare vezzi d’autore ma a mettersi al servizio dell’intensità della narrazione (ispirata dal libro di Deborah Curtis, moglie di Ian, Così vicino, così lontano) e a far emergere tutta la tensione emozionale e drammatica delle canzoni: non è un caso che fosse anche un fan della band. Un grande film assolutamente da recuperare.

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