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Il sacrificio di Ian Curtis e la poesia dolente di Control

Anton Corbijn e quel biopic dedicato alla vita e al talento tormentato del cantante dei Joy Division

Due soli album, entrati però nella leggenda della musica del Novecento: Unknown Pleasures (1979) e Closer (1980). Quella dei Joy Division è una storia troppo breve, interrotta bruscamente a causa del suicidio del cantante ventitreenne Ian Curtis. Control non è solo un biopic su di lui, ma la genesi di un gruppo nato in una di quelle province inglesi che sono luoghi di culto per chi le immagina da lontano, ma per chi le vive sono gabbie grigie dove il rock può essere una delle due vie di fuga. L’altra è la droga. E il merito principale del film d’esordio del fotografo Anton Corbijn è quello di evitare accuratamente lo stereotipo dell’artista maledetto che si brucia veloce.

Sam Riley è Ian Curtis in Control.

Forse Ian Curtis si è sposato davvero troppo presto e ha consumato a dismisura farmaci e antidepressivi per combattere l’epilessia, ma il ritratto realizzato da Corbijn è di un ragazzo normale, uguale a tutti noi, appassionato di musica, e incline all’innamoramento facile per le ragazze dolci e che gli mostrano interesse. Un giovane adulto senz’altro più sensibile e introverso della media, ma non per questo una rockstar dannata.

E proprio a questo proposito, in Control è funzionale il bellissimo bianco e nero utilizzato dal regista, che smorza ogni tentazione di furore giovanile, celebrazione del successo e successiva autodistruzione. Fondamentale è la descrizione dell’ambiente operaio e umile da cui provengono i quattro musicisti (non dimentichiamo che, oltre a Curtis, il film è anche su Peter Hook, Bernard Sumner e Stephen Morris, che dopo la morte del frontman diedero vita ai New Order) e il clima tra noia e routine con cui convivono quotidianamente.

Straordinaria la colonna sonora: si ascoltano tutti i pezzi più importanti dei Joy Division (da Love Will Tear Us Apart a Transmission), ma anche brani di Sex Pistols, Lou Reed e David Bowie. Dopotutto, il loro post-punk nasceva proprio dalla fusione di queste influenze. Ed è spaventosa la performance di Sam Riley, attore troppo sottoutilizzato (lo ricordiamo nell’adattamento di On the Road di Walter Salles), che non soltanto assomiglia in modo impressionante a Curtis ma ne replica mimeticamente le mosse sul palco, l’insofferenza fisica e la voce profonda e baritonale.

Si percepiscono in maniera viscerale la cura e l’amore con cui Corbijn si è dedicato a questo primo film, stilisticamente impeccabile, ed è bravo anche a non cercare vezzi d’autore ma a mettersi al servizio dell’intensità della narrazione (ispirata dal libro di Deborah Curtis, moglie di Ian, Così vicino, così lontano) e a far emergere tutta la tensione emozionale e drammatica delle canzoni: non è un caso che fosse un grande fan della band.

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