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L’etica maschile e quel sound immortale: Jersey Boys

Gli Anni Sessanta, il Doo-wop, la reunion al Carnegie Hall: il film di Eastwood è di quelli da (ri)scoprire

MILANO – Forse i più giovani avranno sentito cantare per la prima volta Can’t Take My Eyes Off You da Heath Ledger nella commedia teen di fine anni Novanta 10 cose che odio di te, mentre la maggior parte degli spettatori più anziani avrà in testa la voce di Frank Sinatra. Pochi riuscirebbero a riconoscerlo come il brano simbolo della carriera di Frankie Valli & The Four Seasons, gruppo rock’n’roll erede del Doo-wop esploso nel pieno degli Anni Sessanta, la cui ascesa e la successiva caduta hanno ispirato un musical celebratissimo di Broadway e Jersey Boys di Clint Eastwood.

JERSEY BOYS
I Jersey Boys di Eastwood con il vero Frankie Valli

Gli ingredienti? Rapine, debiti, gite galeotte, simpatie mafiose, e ovviamente amicizie tradite e amori difficili, fama, soldi, invidie, rotture, riconciliazioni. E il sottofondo è quello rumoroso e innocente della working class del New Jersey che arriva in paradiso, ma poi fatica a rimanerci. Jersey Boys è uno dei film più incompresi di Eastwood, uno dei più goffi e maldestri, ma anche uno dei più teneramente sinceri e personali: una dichiarazione d’amore nei confronti del musical e del gangster movie, un atto di fiducia verso un cinema d’intrattenimento gentile e rutilante, che non riserva altro interesse al di fuori della celebrazione. Per un’epoca, ma soprattutto per un’idea di racconto.

Una scena di Jersey Boys

La parabola dei Four Seasons è senza dubbio prevedibile, ma l’affetto che traspare in ogni singolo passaggio e in ogni singola nota è un inno alla coerenza, a quell’etica maschile a cui fa riferimento il significato di un capolavoro come Walk Like a Man: “Comportati come un uomo, non più come un ragazzino”. Impossibile quindi leggere Jersey Boys come un film a sé stante dal percorso di Clint: sarebbe un errore clamoroso pensare che si tratti di un lavoro su commissione, perché l’amore e la dedizione messi in scena appartengono in pieno a quelle direzioni morali che Eastwood ha indicato per tutta la sua filmografia.

JERSEY BOYS
Una scena del film

E quando ritroviamo i quattro protagonisti al momento della reunion del gruppo al Carnegie Hall nel 1990 per l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame, in abbondanza di trucco e parrucco, pensiamo che la magia del cinema in fondo sia anche quella di farci voler bene addirittura a ciò che appare grossolano e pacchiano. Sentite la voce di Frankie, ottimamente riprodotta da John Lloyd Young, e vi convincerete che non serve altro per giustificare questo omaggio filo-scorsesiano alle radici del pop e a quel tempo in cui si creava un gruppo per non finire ammazzati in mezzo alla strada. Tutto proviene dal cuore, ed è al servizio del tripudio, delle esibizioni dal vivo, della sbornia gioiosa e malinconica che rimane dopo la festa.

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