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L’immaginazione di Zach Braff e i (molti) motivi per recuperare Wish I Was Here

L’inedito che dovete vedere? Il film diretto dal dottor Dorian di Scrubs, cult da riscoprire

ROMA – Zach Braff e la capacità di raccontare storie. Divertenti, commoventi, reali. Fin dal suo esordio (a regia e sceneggiatura) a Garden State, piccolo ma grande film che parla a tutti coloro che cercano una via d’uscita. Era il 2004, nel pieno delle immaginazioni da sognatore di quel Dottor Dorian e della serie Scrubs. Zach Braff, dicevamo, e il superpotere di essere normali in un mondo di eroi disoccupati. E, l’esordio con La mia vita a Garden State, intimo, dolente e velatamente biografico (Garden State è il nickname del New Jersey, dov’è nato), è stato subito una folgorazione: Natalie Portman nel cast, un racconto di andata e di ritorno, una soundtrack (con Grammy vinto) da intenditore: i Coldplay, Nick Drake, Simon & Garfunkel, Bonnie Somerville, l’amico Colin Hay.

Wish I Was Here, papà e figli.

Poi, il secondo assolo, arrivato dopo una campagna di crowdfunding su Kickstarter, quando ancora (nonostante fosse appena il 2014) i vari Netflix e Amazon non erano entrati prepotentemente nella filiale produttiva e distributiva. Altrimenti, c’è da scommetterlo, avrebbero fatto a gare per accaparrarsi Wish I Was Here. Perché? L’opera seconda di Braff, è uno di quei titoli dove tutto è posato delicatamente e col giusto equilibrio. A cominciare dalla sceneggiatura, scritta proprio da Zach. Aidan Bloom, interpretato dal regista, da bambino, sognava di essere un guerriero spaziale. Però, crescendo, quel sogno è stato schiacciato dalla realtà: infatti, Aidan, ha un fratello (Josh Gad) disadattato che vive in una roulotte, vorrebbe fare l’attore ma non ci riesce e suo padre, Gabe (Mandy Patinkin, eccezionale), è malato di cancro, così da non poter più pagare la retta scolastica nella rinomata scuola ebraica ai suoi nipoti, Tucker e Grace (Pierce Gagnon e Joey King). Dunque, le cose per lui e sua moglie Sarah (Kate Hudson) non vanno bene, così Adam decide di dare lezioni a casa ai suoi figli, cercando di ricostruire i pezzi di una famiglia sull’orlo del burrone.

Una scena di Wish I Was Here.

Così, tra parrucche rosa fluo, tramonti su Los Angeles, Aston Martin e limonate fresche, Wish I Was Here racconta una storia intima, piccola, tra dramma e sorriso. Perché Braff sa bene quali sono le corde da toccare, conosce la materia dell’emozione, incorreggibile sognatore illuso dalla fantasia sempre accesa. Niente perfezione ma raffinata semplicità. Di intenti, di metafore, di sensazioni. Colpisce Wish I Was Here, colpisce per la somiglianza alle paure, alle illusione, alle fragilità che accomunano quella razza in via d’estinzione che sono i sognatori. Braff è uno di loro. Braff è uno di noi. Non a caso il film lo fa diventare una grande famiglia: nel cast, oltre Kate Hudson, Josh Gad e Mandy Patinkin, ci mette anche Donald Faison e Jim Parsons, suoi (e anche nostri) grandi amici.

Kate Hudson e Zach Braff in Wish I Was Here.

E che orecchio, poi. Perché, se già in Garden State la colonna sonora era di quelle da ascoltare in loop, qui i brividi non mancano: c’è Tangled Up In Blue di Bob Dylan, c’è Hozier, poi Gary Jules e Badly Drawn Boy e James Taylor e Paul Simon, fino alla soffice title track, Wish I Was Here, cantata, con tenerezza, da Cat Power con i Coldplay. Perché, del resto, gira tutto attorno alla tenerezza. Quante lezioni di vita che da Braff, autore colto di un cinema normale e vicino: la vita, la morte, le scelte, il senso di paternità e di responsabilità. È lui che scrive, che dirige, che interpreta, ma siamo noi che vorremmo essere qui, vivendo il presente, tra il dolore e il coraggio di andare avanti anche quando fa buio. Bellissimo.

Volete vedere il film di Zach Braff? Lo trovate qui: Wish I Was Here

Qui la canzone omonima di Cat Power con i Coldplay:

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