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In Fabric | Un vestito assassino per l’incubo allucinato ed ironico di Peter Strickland

Il regista inglese realizza un horror satirico sull’ossessione del consumo e del controllo. Su CHILI

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In Fabric di Peter Strickland è in digitale su CHILI

ROMA – Horror ambientati in pieno giorno, illuminati da una luce accecante (Midsommar), sacerdoti attivisti (First Reformed), infermiere con piani divini (Saint Maud), tweet che diventano film (Zola), mucche dal latte squisito (First Cow). In questi anni A24 Films ci ha dimostrato che il cinema non smetterà mai di stupirci e che ogni storia, anche la più assurda o apparentemente insignificante, può contenere al suo interno qualcosa di unico, geniale, rivoluzionario. Lo hanno fatto grazie alle visioni di registi audaci, innovativi e coraggiosi come Ari Aster, Janicza Bravo, Robert Eggers o Kelly Reichardt. In questa lista compare anche Peter Strickland e il suo In Fabric (lo trovate su CHILI).

In Fabric
Una scena di In Fabric

La storia messa nero su bianco potrà sembrarvi quantomeno bizzarra: in un grande magazzino di lusso di Londra un meraviglioso abito rosso passa di cliente a cliente con conseguenze spaventose sulle loro vite. Sì perché quell’abito è maledetto e le commesse che lavorano nel negozio praticano dei riti sinistri sui manichini. Ambientato all’inizio degli anni Novanta ma pervaso da atmosfere, costumi e scenografie anni Settanta, In Fabric è un incubo allucinato attraversato una vena di nera ironia.

Un’immagine del film

Diviso narrativamente in due, con la prima parte dedicata al personaggio interpretato da Marianne Jean-Baptiste, impiegata di banca divorziata che ha perso fiducia in se stessa, e la seconda ad un tecnico di lavatrici con il volto di Leo Bill, In Fabric intreccia horror e surreale. Il tutto legato dalla colonna sonora elettronica di Cavern of Anti-Matter che sottolinea ancor di più i contorni inquietanti del racconto. Sbilanciato, con una prima storia più riuscita ed avvincente, il film mantiene però un controllo formidabile nella forma.

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Marianne Jean-Baptiste in una scena di In Fabric

Peter Strickland realizza un film visivamente avvincente in cui gioca con le luci di Ari Wegner (divise tra la piattezza della vita quotidiana e la luminosità quasi sacrale del negozio di abiti), le scenografie di Paki Smith e i costumi di Jo Thompson mentre rende omaggio ai B-movies horror degli anni Settanta. In Fabric sceglie la via dell’assurdo – un vestito maledetto – per parlare del controllo che subiamo nelle nostre vite: dall’ossessione per le taglie – l’abito è una taglia 38 ma veste perfettamente ogni tipo di corpo – all’analisi minuziosa e ridicola dei nostri superiori sul luogo di lavoro. L’unica cosa che ci rimane, sembra suggerirci In Fabric, è un consumo che finisce per renderci schiavi.

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Qui sotto potete vedere il trailer di In Fabric: 

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