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I Predatori | Perché non dovreste perdere il film di Pietro Castellitto

Feroce, moderno, grottesco e finalmente in sala dal 22 ottobre. Ecco perché vederlo

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Pietro Castellitto in una scena de I Predatori.

ROMA – A un certo punto pare di leggere un racconto di Raymond Carver. Poi, sembra di essere in una versione postmoderna delle commedie all’italiana, quelle dove i protagonisti, dietro maschere comuni, erano le metafore di quanto siano grotteschi (e spaventosi) gli uomini. Sta di fatto, che la stratificazione della storia, lo rende un raro esempio di come si dovrebbe scrivere un film. Ed è pazzesco che, nella sua stranezza (con un pizzico di egocentrismo), I Predatori sia un film d’esordio. Ovvero l’esordio di Pietro Castellitto, che l’ha cominciato a scrivere, addirittura, quando aveva ventidue anni. Ed è chiaro che nel suo essere intelligentemente prolisso – ma con diverse, interessanti pause – il suo (primo) film sia anche denso di temi, metafore, digressioni.

I Predatori
Giulia Petrini, Liliana Fiorelli e Pietro Castellitto sul set

Basti pensare alla trama, fermamente attaccata ai personaggi, punti di riferimento e fulcro dell’intero film. “Questo è un film corale. Però, i personaggi che qui si accavallano e si sfiorano e a volte si conoscono, non lo sanno. Ognuno di loro è solo, perso in quel tratto di vita dove nessuno sembra capirti e dove tutto vorresti andasse dall’altra parte”, ha scritto Pietro Castellitto, in una delle più argute note di regia che, ultimamente, abbiamo letto nei pressbook. E, addentrandoci nella storia, possiamo anticiparvi che ci sono due nuclei famigliari diversi che finiranno più o meno inconsapevolmente per scontrarsi. Come schieramenti medievali. Da una parte i Vismara, borghesi e intellettuali, dall’altra i Pavone, famiglia proletaria e fascista. In mezzo, Federico (interpretato dallo stesso Castellitto), figlio dei Vismara e con un’insana ossessione per Nietzsche.

I Predatori
Massimo Popolizio e Giorgio Montanini

Verrebbe subito da dire che nella Roma de I Predatori, che va dalle campagne al centro, sono tutti vittime e sono tutti carnefici. Castellitto, infatti, parla verticalmente, non cerca formule magiche né, tantomeno, si mette in posizione dominante. Anche quando i giudizi sarebbero lì, a portata di penna e di occhio. No, il film va dritto per la sua strada, tra humour oscuro, inquietudine e un iniziale nichilismo che, nel riuscito finale, si spegne come una candela consumata. Infatti, la matassa della pellicola, si districa e si rilassa solo negli ultimi minuti, quando un po’ a sorpresa i ruoli si invertono, enfatizzando una maturazione (o una regressione…) non indifferente dei suoi protagonisti, interpretati da un cast straordinario: Massimo Popolizio, Manuela Mandracchia, Giorgio Montanini, Giulia Petrini e un formidabile Dario Cassini, in un ruolo inusualmente crepuscolare.

I Predatori
Dario Cassini e Anita Caprioli

Castellitto, con I Predatori, supera il concetto dei buoni e dei cattivi, mettendoci invece davanti al dilemma di un concetto ben più complicato: le scelte giuste e le scelte sbagliate. Scelte catalizzate attraverso ambienti, imprevisti, istinto e prerogative come l’alienazione, la frustrazione e l’incomunicabilità. Il regista muove i suoi personaggi grazie al loro bisogno impellente di nutrirsi, smaniando e sbracciando, ossessionati dall’ego, dall’apparenza o da un aberrante credo politico. Ma, anche in questo caso, il copione del regista sposta l’attenzione da un’altra parte, spiazzando e confondendo lo spettatore. Del resto, il cinema, più che rispondere, dovrebbe suggerire delle domande, stimolando l’attenzione e l’intelligenza. E Pietro Castellitto lo ha capito. Anche molto bene.

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