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Corvo Rosso non Avrai il mio Scalpo! Robert Redford tra il West e Nietzsche…

Potente, anomalo, affascinante e poco citato: ecco perché è un capolavoro da riscoprire

Robert Redford è Jeremiah Johnson in Corvo rosso non avrai il mio scalpo.

MILANO – Chi è Jeremiah Johnson? Jeremiah Johnson è il protagonista di una leggenda che Sydney Pollack decide di raccontarci con tutta la sua maestria divulgativa, in un film poco citato di cui però sono debitori registi illustri. Qualche esempio: Sean Penn in Into the Wild, Iñárritu in Revenant (quasi un remake) o Tarantino su Django Unchained. Il film è costruito totalmente su Robert Redford, eppure inizialmente la produzione aveva pensato a Clint Eastwood o a Lee Marvin per la parte: il primo perché era l’uomo del West per definizione, il secondo per il suo volto duro, perfetto per interpretare un veterano che, dopo aver partecipato alla guerra contro il Messico, decide di farla finita con la civiltà dei treni, della corsa all’oro e degli uomini che si sparano tra loro, preferendo rifugiarsi tra le Montagne Rocciose a fare il cacciatore di pelli. Lo stesso mestiere di James Stewart ne La conquista del west (ve ne avevamo parlato qui in un’altra puntata del nostro West Corn), nonché quello del vero John Johnson, un mountain man realmente esistito a cui è – più o meno liberamente – ispirato il personaggio di Jeremiah Johnson.

Robert Redford è Jeremiah Johnson
Robert Redford è Jeremiah Johnson

La scelta cadde però su Robert Redford, decisione vincente non solo perché consolidò il duo artistico tra lui e Pollack (che gireranno subito Come eravamo e I tre giorni del Condor), ma perché l’interpretazione di Redford riesce a dare  profondità al personaggio, liberando Johnson dal mero ruolo di rude uomo solitario alla scoperta di terre inesplorate, riuscendo a presentare il mitologico trapper come un essere umano reale, in cui si possa identificare un qualsiasi trentenne dei primi Anni Settanta – siamo nel 1972 – desideroso di abbandonare tutto, lontano dalla società costruita dai padri. La sua umanità rende credibile l’evolversi di Jeremiah, che all’inizio è solo un dilettante allo sbaraglio in mezzo al freddo di una montagna che uccide e non perdona, ma poi farà il suo tirocinio, avrà un mentore (un vecchissimo Will Geer) e farà le sue esperienze, imparando che le leggi della natura sono forse più dure di quelle del vivere civile da cui sta scappando. E sono anche più certe, affidabili e – nel bene e nel male, come scoprirà a sue spese – inesorabili.

Corvo Rosso non Avrai il mio Scalpo!
Redford con Will Geer in una scena de Corvo Rosso non Avrai il mio Scalpo!

In questo senso, Corvo rosso non avrai il mio scalpo! – il titolo è orribile, sì, l’originale era solo il nome del personaggio – sembra avere un duplice obiettivo. Da una parte c’è il modo in cui Sidney Pollack si inserisce nel genere western in continuità con le avanguardie revisioniste del tempo (Soldato Blu e Piccolo grande uomo sono di due anni prima, del 1970) che sull’onda di un certo (doveroso) relativismo antropologico stavano provando a trasformare l’immaginario cinematografico della figura dell’indiano, da violento e arretrato selvaggio del primo western a uomo semplicemente di cultura altra. Ma se l’indiano è rispettato nei suoi costumi da Jeremiah Johnson, non è però mai davvero compreso e accettato nella sua diversità, e i suoi usi sono ancora considerati bizzarri e incomprensibili per l’uomo bianco. Di fatto non c’è dialogo con (e tra) le tribù, ma contrattazione, commercio, relazioni di amicizia formale e ritualizzata.

Corvo Rosso non avrai il mio scalpo
L’incontro con gli indiani.

Non è dunque in un nuovo approccio all’altro-da-sé che va ricercato il valore di questo film, anche perché il rapporto bianco-indiano in questi termini da buon vicinato, per così dire, lo si era già visto anni prima, ad esempio ne Il massacro di Fort Apache (1948). Ma se allora l’atteggiamento dialogante di John Wayne rappresentava una minoranza illuminata, una posizione politica tra le altre, con il Jeremiah Johnson di Pollack siamo di fronte ad un individuo che vuole raffigurare tutta l’umanità. Non possiamo dire che avvenga una rivalutazione compiuta della cultura indiana, perché i nativi rimangono confinati nella sfera del naturale, dell’animale, del selvaggio, e tuttavia – e questo è l’importante – con Corvo rosso non avrai il mio scalpo! smettiamo di pensare che tutto ciò debba avere una connotazione negativa. Ecco il ribaltamento concettuale che si compie: concepire la parte irrazionale, amorale e viscerale dell’essere umano-animale come una possibilità del vivente da cui non necessariamente bisogna fuggire, ma che (anzi) ha una sua dignità, una sua funzione, una rispettabilità nella schiera delle libere scelte. Un concetto molto moderno.

Corvo Rosso
Ancora Redford in un’altra scena.

E allora, la favola del West come mito autoassolutorio della costruzione di una civiltà razionale indispensabile alla natura umana, viene automaticamente a crollare, in favore della possibilità di una critica radicale alla società stessa. Attenzione però – e questa è l’altra stoccata di Pollack – perché lasciare tutto e abbandonare la civiltà non è come fare una vacanza in un campeggio per nudisti. Al contrario, è un percorso durissimo, di dolore, abbandono e perdite, in cui non solo si rischia di non essere in grado di sopravvivere, ma in cui bisogna cambiare la propria natura in tutti i suoi aspetti. Per stare senza società, dobbiamo trasformare noi stessi in individui capaci di interagire con la natura secondo i suoi canoni, acquisendo la sua stessa durezza, senza mai abbassare la guardia. Per vivere in natura, insomma, dobbiamo farci super-uomo (oltre-uomo, se preferite) e diventare leggenda: come lo sono i lupi, gli orsi bruni e le tribù indiane a caccia di scalpi da appendere in cima ai loro bastoni.

Robert Redford
Tra il West e Nietzsche? Robert Redford.

Jeremiah Johnson ci riesce e così diventa un eroe perfetto per Nietzsche: giovane e bello, ma eroe critico nei confronti dell’esistente e pronto a negare le fondamenta della civiltà per ricostruire un suo mondo in altri luoghi. Pollack lo osserva ammirato, con un tratto estetico che ha del documentaristico, mentre effettua la metamorfosi da passivo ex-soldato in fuga a elemento parte delle Montagne Rocciose. Un documentario che resta sulla superficie dell’esteriore, sull’immagine di un quotidiano che non scoperchia mai del tutto l’aspetto bestiale e ripugnante della sua storia, lasciando la violenza ai dati di fatto, senza mai tradurla in immagine esplicite (e la stessa sorte, si noti, tocca al sesso). L’attenzione sembra essere spostata sulla bellezza dei paesaggi e sulla prestanza fisica del protagonista (forse il più bel Redford di sempre), il regista sembra volerci abbindolare con musiche anacronistiche e costumi ammiccanti (la giacca rossa di Jeremiah e il cappotto di pelo che gli confeziona la moglie andrebbero a ruba anche oggi), tanto che qualcuno potrebbe essere tentato di tacciare Pollack di furberia o eccesso di correttezza nell’edulcorare gli aspetti più brutali del personaggio. In realtà no, non sembra esserci malizia, solo lo sguardo innocente, onesto e bambinesco di chi vuole raccontare la leggenda di un uomo straordinario esaltando la sua grandezza. Sempre senza giudizi. Com’è giusto sia per chi sta al di là del bene e del male. Un film assolutamente da riscoprire.

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  • WEST CORN | Alla frontiera del West con Hot Corn, qui.
  • SOUNDTRACK | Un brano della colonna sonora del film.

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