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Cannes Archives: Afterschool e la faccia cattiva dell’era digitale

Mentre va in scena l’edizione numero 71, riscopriamo su CHILI titoli e cult transitati per la Croisette

Ezra Miller, molto prima di Flash, in Afterschool.

La rimediazione – neologismo coniato da Jay David Bolter e Richard Grusin – passa per il Festival di Cannes nel 2008. Afterschool di Antonio Campos rielabora infatti gli stilemi della ripresa cinematografica esplorando l’ambito della medialità sempre più pervasiva nel mondo contemporaneo, adattandosi alle nuove forme di fruizione portatili e inquadrandone le ripercussioni sulla vita dei giovani. In un continuo riproporsi di schermi, ognuno con il suo differente formato, il film contiene così tutta la comunicazione web depotenziata dai molteplici canali di visione, che non lasciano più spazio al paradigma della riflessione, ma si fanno ingerire e scivolare nella mente di un passivo pubblico come tramite l’utilizzo di un imbuto.

Un’immagine di Afterschool

In quella che potrebbe essere qualsiasi scuola superiore americana, in qualsiasi parte del Paese occidentale, la condizione di spettatore del personaggio di Robert si spinge nel territorio dell’apatia causata dalla sovrabbondanza di materiale di rete, dove solo l’esplicito consumo di violenza e sesso sembra scuotere l’attenzione dello studente e dei compagni. Un’alienazione causata dal filtro che la tecnologia ha posto su azioni e sentimenti, causando la perdita di contatto con ciò che ci lega in maniera tangibile al reale.

Il regista Antonio Campos insieme a Ezra Miller e al cast a Cannes. Era il 2008.

Ezra Miller, volto particolarmente usato al cinema per raccontare i disagi della gioventù degli ultimi anni (prima di diventare Flash in Justice League), è l’ideale maschera delle inquietudini di un protagonista che, in stretta relazione con lo spettacolo offerto da Internet, vive il malessere del distacco dal vero, in cui l’unica possibilità per lui di sentirsi protagonista arriva soltanto nel momento in cui diventa oggetto della ripresa. L’importanza di trovarsi davanti ad una camera che sta filmando e poter così finalmente esistere: questa la colonna portante del film di Antonio Campos, di cui l’inquadratura finale ne è un’eloquentissima dichiarazione.

Ezra Miller durante la lettura dello script di Afterschool

L’opera riesce a rimodellare attraverso la regia i prodotti mediali provenienti da Internet nella loro natura amatoriale e ad unirli all’uso di lunghe panoramiche che vanno a presentare l’ambiente e i suoi alunni, per poi concentrarsi su quei corpi – dal web torturati e nudi – nel dettaglio. Afterschool focalizza l’attenzione sulle immagini e sulla forza che il cinema ha nel poter descrivere il rapporto con i media, essendo lui stesso una tecnologia dei tempi. Un discorso filmico crudele, da riscoprire per la terrorizzante e continua attualità.

Il film di Campos lo trovate su CHILI: Afterschool

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