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Trump contro il cinema globale: il dazio del 100% che fa tremare Hollywood (e non solo)

Arriva la proposta shock: tassare i film prodotti fuori dagli Stati Uniti. Tra protezionismo culturale, ostacoli legali e timori per il futuro del cinema.

ROMA – Un annuncio che sa di terremoto: Donald Trump rilancia l’idea di imporre un dazio del 100% sui film realizzati al di fuori degli Stati Uniti. Una mossa destinata a rimettere in discussione gli equilibri di un’industria che da decenni vive di scambi, co-produzioni e collaborazioni internazionali.

L’obiettivo dichiarato è quello di difendere Hollywood dalle produzioni straniere considerate troppo invasive. Ma come trasformare un’idea del genere in realtà? Qui iniziano i problemi. I film non sono merci tangibili, bensì prodotti intellettuali spesso frutto di alleanze tra Paesi diversi. Stabilire chi debba pagare e su quali titoli sia applicabile un dazio appare un’impresa quasi impossibile.

Le conseguenze, però, sarebbero enormi: dal Regno Unito al Canada fino all’Europa, molti sistemi produttivi hanno costruito la loro forza proprio sulle collaborazioni con le major americane. Una tassa così drastica metterebbe a rischio incentivi fiscali, partnership e un ecosistema che oggi funziona a livello globale.

A complicare il quadro ci sono le piattaforme streaming, per loro natura transnazionali, e l’assenza di un percorso normativo chiaro. Nonostante questo, l’annuncio ha già provocato scossoni nel mercato e acceso un dibattito che intreccia economia, cultura e politica. Un dazio del 100% non è solo un’ipotesi estrema: è il segno di una visione del cinema come terreno di scontro ideologico. E se mai dovesse concretizzarsi, nulla sarebbe più come prima.

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