ROMA – La dottoressa Alithea Binnie è una narratologa e una donna razionale. Mentre è a Istanbul per partecipare a una conferenza, incontra un Djinn, un genio, che le propone di esaudire tre suoi desideri in cambio della libertà. Alithea, fin troppo colta e decisamente scettica, sa bene che i sogni da esaudire finiscono sempre male. Deciso a convincerla, il Djinn inizia a raccontarle il suo passato straordinario ricco di incontri. A quel punto Alithea, sedotta dalla storia, formula il più sorprendente dei desideri. Comincia così la nuova follia targata George Miller, Tremila anni di attesa, presentato fuori concorso a Cannes nel 2022 e poi sparito nel nulla, ma sbuca ora a noleggio su tutte le piattaforme streaming – da Prime Video a Apple TV – e in TV e la visione (come quasi sempre quando si parla di Miller) è davvero sorprendente.

Perché nonostante un cast d’eccezione comprendente due fuoriclasse come Tilda Swinton e Idris Elba, un concept curioso ispirato alla raccolta di storie Il genio nell’occhio d’usignolo di Antonia Susan Byatt del 1994 (edito da Einaudi) e l’adattare le convenzioni e i temi delle fiabe per esaminare la società contemporanea, Eagle Pictures ha scelto di bypassare del tutto la sala cinematografica distribuendo la penultima fatica di Miller (poi sarebbe arrivato Furiosa) direttamente in streaming e in Home Video nonostante una distribuzione su vasta scala mondiale che negli ultimi mesi ha visto approdare il film nei cinema di tutto il mondo grazie a Roadshow Entertainment e United Artists Releasing. Il motivo è presto detto: non ha incassato granché.

A fronte di 60 milioni di dollari di budget la corsa al botteghino di Tremila anni di attesa si è arrestata a poco più di 20 milioni di dollari. Una scelta comprensibile quindi, quella di affidarsi unicamente a quelli che un tempo si sarebbero definiti come i canali distributivi secondari. Eppure c’è sempre qualcosa di profondamente sbagliato nell’impedire la distribuzione in sala ad un film di George Miller. Un autore dallo spirito artistico libero e selvaggio che concepisce il cinema e l’esperienza della sala in modo unico: «Comprensivo di ogni disciplina umana immaginabile: composizione, arte, tecnologia, musica, movimento, coreografia, comprende tutta la vita. Quando andiamo al cinema condividiamo un sogno collettivo». Da qui l’esigenza di raccontare e sperimentare attraverso le storie e i film.

«L’essere umano ha un bisogno viscerale di farsi raccontare storie. Come registi noi siamo i servitori dello zeitgeist e viviamo in un mondo caotico. Ci sono così tante informazioni che ti arrivano. Le storie diventano così un modo per distillare qualcosa da tutto quel bombardamento. Sono un modo per trovare il segnale nel rumore». Ed ecco quindi svelata l’importanza e la necessità di Tremila anni di attesa. Nella sua intelaiatura di kammerspiel registicamente rigorosissimo, costruito tutto intorno alla fitta relazione dialogica tra Alithea e il Djinn, si cela il cuore, la ragione e la ratio del Miller-pensiero. Ci sono le storie. Elementi episodici che diventano l’opportunità per raccontare attraverso il mezzo filmico di vita, della natura umana, di desiderio, amore e solitudine, ovvero della sostanza di cui è fatto il cinema, il cinema di George Miller.

Proprio per questo, per la natura personalissima dell’opera, il registro poetico da fiaba per adulti scelto da Miller, e un cast guidato da una Swinton complessa e piena di sfumature e un Elba alla sua prova d’attore più difficile e intensa, privare Tremila anni di attesa della tradizionale finestra distributiva nelle sale suona quasi come un tradimento, un sogno spezzato. La meritava, anzi, sono i spettatori che la meritavano, e con loro l’occasione di lasciarsi meravigliare da un film tanto fuori dagli schemi quanto bellissimo. Fatevi un favore: recuperatelo.
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Qui sotto potete vedere il trailer del film:
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