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Samuel: «Il mio Cinema, tra Tarantino e le inquadrature perfette di Wes Anderson»

In occasione dell’uscita di Cinema, abbiamo chiesto a Samuel di parlarci dei suoi film e registi del cuore

SAMUEL

ROMA – La ricetta per la hit perfetta? Prendete un’icona della musica italiana come Samuel, aggiungete Colapesce alla scrittura insieme a Federico Nardelli (anche produttore che, va detto, non sbaglia un colpo) e impreziosite il tutto con la voce di Francesca Michielin. Nasce così Cinema, nuovo singolo del cantautore torinese che, dopo l’uscita del suo secondo album solista, Brigata bianca, torna con un brano che evoca leggerezza, divertimento, spensieratezza. Tutto quello che ci è mancato nell’ultimo anno e mezzo, insomma. Un brano ricco di riferimenti cinematografici che spaziano da François Truffaut a Quentin Tarantino e che sono diventati il pretesto per parlare di cinema con Samuel, tra la passione per il suo amico Paul (Thomas Anderson), le colonne sonore di Cliff Martinez, Sergio Leone e l’ossessione per l’inquadratura perfetta di Wes Anderson.

Cinema racconta molto bene il momento che stiamo vivendo. Abbiamo superato questi mesi grazie anche alla musica e al cinema ma ora c’è la voglia di riconquistare un po’ di divertimento e spensieratezza…

Sì, il pezzo nasce proprio così. Per un anno e mezzo ci siamo sentiti un po’ in colpa perché avevamo voglia di incontrare amici, di far festa, di lasciarci andare tra le braccia della leggerezza. E siamo riusciti a superare questi momenti grazie alle nostre cineteche e librerie personali, a quei luoghi della mente in cui ci rifugiamo quando abbiamo necessità di isolarci o divertirci. Però adesso basta (ride, ndr). Adesso la voglia è quella di non sentirsi più in colpa. Il racconto di Cinema è proprio questo: ci sono dei registi che ci hanno salvato e regalato una visione del mondo più profonda e bella, adesso però c’è bisogno di leggerezza.

Torni a collaborare con Federico Nardelli che produce e scrive insieme a te e Colapesce il testo di Cinema. Com’è nata la canzone? 

Quando avevamo fatto la session di scrittura di Cocoricò per Brigata bianca ci eravamo trovati umanamente talmente bene che questa cosa si era riversata anche nella composizione. Non a caso Cocoricò è piaciuta tantissimo. Quando tre artisti si incontrano e scrivono insieme si crea una bella atmosfera e avevamo voglia di ripetere quell’esperienza. Sono venuti a trovarmi al mio studio di Torino, Il Golfo Mistico, e nell’arco di due ore è venuta fuori questa canzone in maniera molto veloce e sincera. Ci siamo ritrovati esattamente nel punto in cui ci eravamo lasciati. E quando abbiamo finito di scrivere Cinema ci siamo detti che ne dovevamo scrivere un’altra…

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Francesca Michielin e Samuel. Foto di Chiara Mirelli

Invece con Francesca Michielin come vi siete trovati? 

Già dal mio primo album (Il codice della bellezza, ndr) avevo voglia di lavorare con una voce femminile, di farle raccontare qualcosa del mio mondo musicale, ma non ci ero riuscito per tempi e impegni. Dopo aver realizzato il fatto che Lorenzo (Colapesce, ndr) non potesse cantarla perché impegnato con Dimartino, ho pensato potesse essere il momento ideale per provare a coinvolgere Francesca. E così è stato. Si è messa subito dentro il brano e, tra l’altro, è stata obbligata a fare una performance canora non indifferente. Cinema è stato pensato perla mia voce e quindi per lei suona molto alto. Ha fatto un lavoro tecnico importante e questa cosa qui si sente perché le due voci si impastano perfettamente.

In Cinema citi da Tinto Brass a I Tenenbaum, da Jackie Brown a Truffaut. Poco fa parlavi di cineteche personali. Quali sono quegli autori o film che non possono mancare nella tua?

Beh, loro sono tra quelli immancabili. Ma ce ne sono milioni di altri. C’è Paul Thomas Anderson che sfortunatamente non è citato. Ho cercato in tutti i modi di metterlo dentro ma non sono riuscito a trovare un titolo che metricamente funzionasse (ride, ndr). Poi Sergio Leone, Elio Petri… ci sono milioni di film che raccontano la mia voglia di cinema. La cosa che mi fa molto piacere è che stiamo organizzando di girare il video della canzone al Lido, il luogo in cui si celebra in cinema con la Mostra di Venezia…

Un’immagine di Jackie Brown, uno dei film citati in Cinema da Samuel

Nel videoclip di Tra un anno diretto dagli YouNuts! citi proprio Wes Anderson con un omaggio a Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Di chi è stata l’idea: loro o tua?

Ovviamente mia (ride, ndr)! Ma quella è stata un’idea che è venuta da sola. Mi trovavo su questa barca per tre settimane a creare un Festival (Golfo Mistico Cruise, ndr), che quest’anno riprende anche in maniere più profonda e importante, quando è arrivata l’esigenza di fare un video. Il cinema è venuto in mio aiuto grazie al film di Wes Anderson che ha salvato il momento.

Cos’è che ami del suo cinema?

La ricerca maniacale dell’inquadratura. Ci sono talmente tanti dettagli che anche solo un’inquadratura potrebbe creare un film a sé stante. È un pazzo furioso ovviamente (ride, ndr), perché nessuno può immaginare una cosa del genere, una ricerca così estenuante della perfezione. E questa cosa mi piace molto. Sono uno molto ordinato, preciso e mi ci ritrovo. Ma il cinema è un linguaggio e a me piace sentir parlare molte lingue, tutte diverse. Ecco perché amo molti registi differenti.

Spesso le nostre passioni musicali o cinematografiche nascono assorbendo quello che ascoltavano o guardavano in nostri genitori quando eravamo piccoli. Per te è stato così?

Devo dire che sono stato autodidatta in tutto. Sono l’ultimo figlio, vengo fuori dopo molti anni dai miei fratelli, come una specie di errore, uno sbaglio accettato (ride, ndr). E quindi, a parte i primi anni in cui vivevo con i miei fratelli e in cui ho sviluppato una certa velocità nell’apprendere – tanto che a sei anni già scrivevo canzoncine -, per il resto ho fatto tutto da solo. La mia sensibilità mi ha portato ad avvicinarmi a quel tipo linguaggio, specialmente musicale. Il cinema, in qualche modo, è musica. Ha un suo ritmo, una sua attitudine musicale. E quindi le due cose si sono sempre sfiorate. A Torino ho avuto la fortuna di frequentate il Torino Film Festival che è un avamposto molto importante per imparare e capire il cinema.

Le avventure acquatiche di Steve Zissou ha una colonna sonora pazzesca con le cover di Seu Jorge dei brani di David Bowie. Ma quali sono le tue preferite?

Una delle ultime colonne sonore che mi ha travolto è quella di Drive di Cliff Martinez. È stato fatto un lavoro stilistico ineccepibile. Martinez ha anche firmato quella della mia serie preferita: The Knick. In quell’esperimento lì trovo il viaggio stilistico di un’eleganza incredibile. La musica in quella serie fa capire quanto il contrasto arricchisca. Una cosa nell’arte sempre complicata. È un bel fuoco d’artificio che spesso rimane tale. Invece farlo integrare così bene con le immagini, pur essendo di un tempo diverso, è magia della sonorizzazione. E poi ovviamente in Italia abbiamo avuto il Maestro Morricone che ha insegnato a tutto il mondo cosa vuol dire fare una colonna sonora. È riuscito a fare della musica per film una forma d’arte.

Con i Subsonica e i Motel Connection hai fatto parte della colonna sonora di Santa Maradona di Marco Ponti con cui sei tornato a collaborare anche per Una vita spericolata. Hai voglia di tornare a scrivere qualcosa esclusivamente pensato per un film?

Proprio in questo momento sto facendo qualcosa. Non si tratta di un film ma di un documentario. Però non posso dire nulla, anche se in questi giorni sto lavorando alla sonorizzazione dell’immagine…

Con i Subsonica avete contribuito a fare la Storia del videoclip in Italia, da Tutti i miei sbagli al caso di Istrice. C’è un vostro video al quale sei particolarmente legato?

Nuvole rapide, perché ho aiutato a scriverlo. Avevamo da poco fatto un servizio fotografico con un fotografo di moda che era stato in Islanda per lavoro e ci raccontò di questo signore autistico che ha passato la vita a correre da una sponda all’altra del Paese un po’ come Forrest Gump. Ci raccontava che aveva fatto delle foto e in uno dei paesini che l’uomo attraversava correndo ha notato che al posto dei segnali stradali c’erano gli smile. Questo racconto mi aveva appassionato e gli proposi di realizzare un video. Nuvole rapide è un po’ il suo racconto filtrato attraverso i miei pensieri, confrontandomi con i miei soci. È forse uno dei pochi video in cui il gruppo ha dato il la alla realizzazione.

Di quegli anni gloriosi per il videoclip, quali erano i tuoi preferiti?

Quelli che hanno fatto i video più importanti dell’epoca sono Spike Jonze, Michel Gondry e Chris Cunningham. Hanno fatto la scuola. Quasi tutti i video dei Chemical Brothers fatti da Gondry sono poesia pura. Anche Spike Jonze con gli Aphex Twin ha fatto delle cose potentissime. Raccontano davvero quel momento storico in cui i video hanno quasi sovrastato l’importanza della musica. È stato un momento magico che ora è un po’ scemato.

C’è un film che non ti stanchi mai di rivedere?

Sono molto variabile da questo punto di vista. Potrei vedere centomila volte Lost in Translation piuttosto che Blade Runner, uno qualsiasi dei film di Leone o di Petri che è un altro regista che allarga notevolmente la forbice temporale delle mie preferenze. E qua si parla di anni Sessanta che hanno proprio un altro tipo di ritmo, un’altra lentezza. Ci vuole molta pazienza, cosa alla quale non siamo più tanto abituati. Mi faccio molto portare dall’emotività del momento che ha una sua vitalità. E ogni vitalità ha un suo film.

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Una scena di Lost in translation, uno dei film amati da Samuel

In Cinema citi anche Tarantino. C’era una volta a… Hollywood ha diviso il suo pubblico. Tu cosa ne pensi?

Per me lui non si può discutere. Ogni artista nasce con un fuoco interiore di racconto che poi inevitabilmente prende una strada. Il tempo intorno a te cambia, le persone intorno a te cambiano, tu cambi, l”idea che hai del mondo si evolve. Non amo affezionarmi a un’idea sola di un regista. Anzi, mi piace vederlo invecchiare, vederlo fare cose che non sono all’altezza di quando aveva quindici anni di meno. Proprio perché l’alternativa sarebbe quella di non vederlo più. Preferisco prendere quello che arriva e cercare la sua evoluzione, il motivo per cui è arrivato lì. Geni assoluti che riescono ad avere la stessa intensità ne esistono davvero pochissimi.

Forse uno di questi è proprio Paul Thomas Anderson che non ne sbaglia uno…

Beh Paul, e lo chiamo per nome perché l’ho conosciuto e ci ho parlato (ride, ndr), devo dire che è uno di quelli che mantiene molto alta la sua vitalità. Anche lui, se si fa un confronto con le sue prime opere, ha fatto un percorso. Anche perché il tempo intorno a noi cambia. Il problema lo vivo su quello che faccio io. Molto spesso le persone parlano di Microchip emozionale come qualcosa da ripetere. È stato l’apice del nostro percorso musicale. Ma tutto quello che è arrivato dopo ci ha spinti un po’ più in là e ha reso quell’album ancora più importante. La vita di un artista non va vista confrontano l’artista con se stesso ma vedendo che tipo di strada ha fatto la sua arte.

Paul Thomas Anderson, uno dei registi amati da Samuel, e Daniel Day-Lewis sul set de Il petroliere

In questi ultimi anni c’è stato il boom dei film musicali. Tu sei un’amante dei biopic o preferisci i documentari musicali?

Gli unici due film musicali che sopporto sono Control e 24 Hour Party People che in realtà sono molto vicini a un documentario. Tutti gli altri non riesco proprio a viverli. Alla fine si gioca molto sulla passione dei fan e poco sul racconto della verità. Gli artisti, per quanto riguarda i fan, sono la cosa più bella che il mondo gli ha regalato. Ma, in realtà, un artista è un uomo, quindi ha anche dei lati negativi che certe volte sovrastano il gesto musicale. Un gesto musicale che magari arriva proprio perché un’artista è fatto in quel modo lì. Il dover fare un film su un’artista per idolatrarlo lo trovo un po’ falso e non mi interessa.

Ultima domanda: un film che consigli ai lettori di Hot Corn?

Tutti quelli di cui abbiamo parlato fino ad ora vanno bene. Non mi farei trascinare dall’idea che un film debba essere per forza moderno. A volte rivedere un film già visto fa affiorare dettagli che magari avevi perso o fa riscoprire un periodo storico sotto un’altra luce…

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