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Quel rompicapo geniale chiamato Shining: Kubrick e la paranoia di Room 237

Un documentario? Un’analisi? No, qualcosa di più: un enigma. E un omaggio al genio di Kubrick

Dopo i segreti di Woody Allen e il fascino di Marilyn Monroe oggi il percorso tra i documentari cinematografici di Hot Corn ci porta in zona Stanley Kubrick. In attesa del grande evento per i vent’anni della morte del regista che stiamo organizzando il prossimo 5 marzo (a proposito: tenete d’occhio queste pagine) vi vogliamo preparare alla re-visione raccontandovi Room 237, ovvero il primo e unico non documentario su uno dei molti cult firmati Stanley: Shining. Nel 2012 infatti il regista Rodney Aschner presentò, prima al Sundance e poi a Cannes, una strana pellicola che, apparentemente, ripercorreva i momenti cruciali del cult con Jack Nicholson. Visto da vicino, Room 237 però diventò da subito qualcosa di differente, qualcosa che non voleva essere semplicemente l’analisi dell’opera, ma tentava di scavare in profondità, in maniera così capillare da arrivare sull’orlo del delirio e della pura ossessione visiva.

Jack Nicholson in una scena di Shining.

E allora in Room 237 ci ritroviamo davanti cinque esperti di Shining, pronti a raccontare le loro assurde teorie sulla pellicola, alla ricerca di significati nascosti che (ipoteticamente) Kubrick avrebbe lasciato al pubblico. Un sentiero da percorrere al contrario. La scelta stilistica del regista è sublime: non rivela mai l’identità dei critici, ma l’intera pellicola è un crescendo di ipotesi, più o meno folli, che sembrano ricondurre lo spettatore in un viaggio metafisico all’interno del film. I cinque esperti sostengono infatti di aver visto di tutto nei frame della pellicola.

Follia e visioni: cosa c’è davvero in Shining?

Qualche esempio? Si va dalla teoria delle scuse che Kubrick farebbe al pubblico per aver aiutato la NASA ad inscenare l’allunaggio (sì, proprio così), a quelle della denuncia dell’Olocausto, da un Minotauro nascosto nella foto di uno sciatore dell’Overlook Hotel fino al genocidio degli Indiani d’America riposto in un dettaglio della scenografia. Pazzia? Realtà? Follia? I segnali sono ovunque, e minuto dopo minuto vi perderete in un labirinto di ipotesi, tutte troppo verosimili per essere vere. O false. E alla fine Room 237 diventa un rompicapo, un labirinto totale per chiunque vi si trovi davanti. Quasi come le siepi dell’Overlook.

Shelley Duvall e il piccolo Danny Lloyd in una scena di Shining.

Follia dunque? No, perché Aschner è bravo a calibrare i maniacali ragionamenti, le interpretazioni di critici rimasti chiusi dentro Shining per oltre trent’anni e Room 237 diventa così un omaggio a Kubrick, un modo per capire che a volte un film non è solo un film, ma può servire come spunto per teorizzare anche il più impegnativo degli argomenti, a vedere oltre il visibile. Rimane solo una domanda: perché Kubrick avrebbe dovuto inserire una misteriosa simbologia all’interno di Shining? Uno dei critici crede sia un modo per intrappolare per sempre il pubblico, invitandolo a giocare con lui, all’infinito. Sensatamente assurdo.

  • Curiosi? Qui il trailer, mentre il documentario lo trovate su CHILI: Room 237

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