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Perché Into The Wild è un classico moderno

La strada, gli incontri, la felicità: alcuni buoni motivi per (ri)vedere il film di Sean Penn

Ebbene sì, sono passati già dieci anni dall’uscita nelle sale italiane di Into The Wild, per molti uno dei film del cuore d’inizio millennio. Il viaggio per le terre selvagge di Christopher McCandless (l’incredibile Emile Hirsch, ma ora che fine ha fatto?), ribattezzatosi Alexander Supertramp, si costituisce di tutte le tappe più importanti che un uomo deve affrontare nella sua vita. Durante il viaggio, Alex incontra personaggi indimenticabili: il trebbiatore Wayne Westerberg (un magnifico Vince Vaughn) assume un ruolo fondamentale nella convinzione psicologica del protagonista per arrivare fino in fondo, fino alle terre selvagge desiderate, luogo di redenzione opposto a quella società impazzita e piena di schegge dove sia Alex che Wayne hanno vissuto con insofferente anticonformismo.

Sean Penn e Emile Hirsch sul set di Into The Wild.

E poi c’è Tracy, giovane cantante country (Kristen Stewart un decennio fa: colpo di fulmine) che racchiude tutta l’estasi e il tormento delle illusioni adolescenziali, innamorandosi di Alex e soffrendo per la sua partenza, inconsapevole che quell’incontro è solo il preludio di sfuggenti passioni. Ron Frantz (un commovente Hal Holbrook), solitario veterano vedovo di moglie e figli, trova in Alex la figura di confronto umano e di insegnamento reciproco che gli è mancata. La sua partenza sarà vissuta con fatica anche da lui, dopo aver donato al cinema uno dei dialoghi più belli sul significato della fede. Ma chi è Alexander Supertramp? Un eroe o un ingenuo? Sean Penn gli riconosce coraggio e frenesia, passione e incoscienza. La sua non è una banale fuga, ma un rifiuto della materialità concepita come base portante della società moderna. Il pessimismo diventa però cristallino nel doloroso finale, che omaggia e rimprovera le scelte del giovane protagonista: «La felicità è reale solo se condivisa».

Hirsch con Kristen Stewart in una scena del film.

Così è il film, meraviglioso già di per sé, poi ci sono le canzoni di Eddie Vedder: raramente si è assistito a una fusione tanto densa e inseparabile tra musica e immagini. Riascoltate brani come Rise, un colpo al cuore, con la voce di Vedder che accarezza e commuove («Gonna rise up burning black holes in dark memories/ Gonna rise up turning mistakes into gold»). Come Society, il manifesto di Into the Wild. Una benedizione proveniente dal cielo, che ha il sapore di Nick Drake e Bob Dylan. Canzoni che sono frammenti di vita. Non nascono per essere cantate negli stadi o ascoltate su Spotify. Nascono per essere la colonna sonora di un’avventura, di una riflessione, del nostro viaggio. Piccole schegge che necessitano di essere amate, per proteggerci dalle terre selvagge che affrontiamo tutti i giorni e per sognare quelle che desideriamo, ma che non riusciremo a raggiungere mai.

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