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L’inedito che dovete recuperare? Mandy, cult delirante con un enorme Nicolas Cage

Surreale, assurdo, eccessivo: mai arrivato in sala, è già un fenomeno. E finalmente arriva su CHILI

Un ritratto di Nicolas Cage sul set di Mandy.
Freshly Popped

Quasi a metà film, quando ormai ha perso la sua Mandy, vittima di una banda di demoniaci motociclisti (sì, esatto), Nicolas Cage alias Red Miller, tira fuori dal cilindro uno dei momenti più alti del cinema indipendente degli ultimi anni. Che, nemmeno a dirlo, coincide anche con uno dei migliori della sua lunga (e sottovalutata) carriera. Disperato, sporco di terra e sangue, in mutande, maglietta e calzini, con una bottiglia di vodka tracannata avidamente, si mette ad urlare in un bagno illuminato dall’irreale arancione della fotografia firmata dal norvegese Benjamin Loeb.

Non fatelo arrabbiare: Nic Cage nella scena cult di Mandy.

Da lì in poi, il folle Mandy di Panos Cosmatos – inedito in sala, ora finalmente su CHILI – svolta verso un mefistofelico revenge movie in cui Cage, occhi sgranati e ascia in mano come un guerriero medioevale, fa letteralmente pulizia del Male in Terra. Perché, pure se vaga per il deserto del Mojave – protagonista fondamentale del film, portando catarsi, rivelazioni, momenti onirici – è chiaro che l’ascesa all’inferno di Cage alias Red rappresenti una sorta di Angelo Sterminatore. Nutrito dello stesso maligno che le ha ucciso l’amata e inquietante Mandy, una stravagante pittrice che ascolta i Black Sabbath (con tanto di maglietta) interpretata dallo spettrale fascino di Andrea Riseborough.

Nicolas Cage con il regista Panos Cosmatos sul set di Mandy.

Così come è chiaro che, nelle due ore sature di film, accompagnate dagli organi e dal sintetizzatore della colonna sonora (tra le ultime composte) del povero Jóhann Jóhannsson – a cui il film è dedicato – i rimandi alla Bibbia, alla Divina Commedia – Red e Mandy abitano in mezzo ad uno sperduto bosco –, a Goethe e Klaus Mann, sono i punti su cui Cosmatos, un po’ per scherzo un po’ seriamente, va a giocare. Perché, simile ad una lunga allucinazione fuoriuscita dal fulcro degli Anni Ottanta (Panos Cosmatos non a caso è figlio di George P. Cosmatos, regista di Rambo II e Cobra), Mandy è un cammino nell’esplorazione del male assoluto.

I demòni guidati da Jeremiah Sand (nome non casuale, con il richiamo al biblico Geremia, che profetizzò ai Giudei l’invasione dei Babilonesi rei di aver voltato le spalle a Dio), capo dei Children of the New Dawn, una sorta di culto hippie votata a Lucifero e all’LSD, sono irreali ma tangibili, sfuggenti ma spietati. Eppure, Mandy, nonostante gli archetipi da horror psichedelico e splatter, non scavalca mai il recinto intimo della figura di Cage. Anzi, lo sguardo di Cosmatos, non gli gira attorno, bensì alza l’obiettivo sulla sua testa, raffigurando una specie di Giudizio Cosmico racchiuso negli occhi di Mandy. Ecco, luce e oscurità, sangue e perdono, vendetta e redenzione.

«Mandy sono io»: una spettrale Andrea Riseborough.

Nella sua semplice e triangolare complessità (triangolo, simbolo magico per eccellenza), e con i suoi balzi ultraterreni e temporali – Cosmatos ha utilizzato anche un formato anamorfico per dare al film un’atmosfera quasi amatoriale –  Mandy, che è stato un tripudio di critica fin dalla presentazione al Sundance l del 2018, dall’estetica underground eppure elegante, e dalla spessa fisicità narrativa, salutando (da lontano) David Lynch e Stanley Kubrick, ha nei tre angoli – uno violento, uno riflessivo, l’altro astratto, la somma di un’opera unica e già cult. Poi non dite che non ve lo avevamo detto…

  • Qui potete vedere il trailer di Mandy:

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