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Le filastrocche dell’addio: la serenata d’amore al cinema di Nicola Lucchi

L’autore racconta il suo libro sui suicidi di attori e registi dell’età d’oro di Hollywood

«Prima di essere il posto dove i sogni si realizzano, Hollywood è il luogo dove i sogni si infrangono» dichiara lo sceneggiatore Nicola Lucchi, autore del libro Filastrocche dell’addio – Sangue e lacrime in celluloide (Bakemono Lab Editore, in anteprima a Roma alla fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi dal 5 al 9 dicembre). Lucchi, 37 anni e una vita tra l’Italia e Los Angeles, racconta in 17 filastrocche macabre il suicidio di altrettanti attori e registi dell’età d’oro di Hollywood, accompagnandole con le illustrazioni dell’artista Nicola Ballarini. Si tratta di semplici rime che ricostruiscono ascese e declini di grandi nomi, da James Whale, regista del più famoso Frankenstein cinematografico e tra i primi gay dichiarati di Hollywood, a Marilyn Monroe, diva senza tempo la cui scomparsa è ancora avvolta nel mistero.

Clyde A. Bruckman. Illustrazione di Nicola Ballarani.

Ci sembra dunque giusto che Lucchi dia appuntamento a Hot Corn all’Hollywood Forever Cemetery, dove ci parla del suo libro vagabondando tra le lapidi di star e uomini comuni. «Tra la fine dei venti e la metà degli anni trenta, accadde un gran numero di suicidi, in parte incoraggiati dalla crisi economica che nel 1929 mise in ginocchio l’America, e in parte dai progressi tecnologici. L’avvento del sonoro nel 1927, portò infatti al licenziamento di numerosi attori ritenuti non adatti a interpretare ruoli parlati». Tra i tanti fu il caso di Karl Dane che perse fama e lavoro a causa del suo accento danese, oppure John Bowers, che ispirò, nella vita come nel suicidio, la figura di Norman Maine in A Star Is Born. In questi tragici epiloghi emergono, tra gioie e cinismi, aneddoti curiosi sul mondo delle star ma anche situazioni al limite del surreale.

Al Mulock. Illustrazione di Nicola Ballarani.

«Quando, durante le riprese di C’era una volta il West Al Mulock si gettò dalla finestra indossando il costume di scena da cowboy, sceneggiatore e produttore lo videro precipitare dal vetro della loro stanza e si narra che prima dell’inutile corsa in ospedale, Sergio Leone abbia gridato: “Prendetegli il costume, ci serve il costume!». Ancora più triste il suicidio dell’attrice messicana Lupe Vélez: preparò il letto circondandolo di candele e ricoprendolo di fiori. Lì voleva morire per farsi trovare all’indomani, splendida per la stampa anche nella sua ultima immagine. «Peccato che ingerire 75 pastiglie la condusse dritta in bagno: invece che su un letto di fiori fu ritrovata morta con la testa infilata nel water, dove soffocò vomitando».

Lupe Vélez. Illustrazione di Nicola Ballarani.

Non c’è morbosità nei componimenti di Lucchi e la scelta della filastrocca serve a stemperare atmosfere di una tematica piuttosto oscura. Filastrocche dell’addio non è che una serenata d’amore al cinema che, prima di realizzarsi davanti a obbiettivi e riflettori, matura e cresce dietro le quinte. Quando domandiamo all’autore quale sia la morte che più l’ha colpito, lui risponde deciso con quella dell’attrice inglese Peg Entwistle. «Trovo che il suo, sia il suicidio più romantico di tutti: a soli 24 anni si vide rovinare la carriera dalla grande crisi economica e scelse di togliersi la vita gettandosi dalla lettera “H” della scritta Hollywood, ai tempi Hollywoodland».

George Sanders.  Illustrazione di Nicola Ballarani.

Essendosi concentrato sull’epoca d’oro dei classici americani, Lucchi ha dovuto escludere diverse morti a dir poco cinematografiche, come quella dell’attrice e modella americana Brynn Hartman che uccise il marito, l’attore Phil Hartman, prima di togliersi la vita. «Quell’omicidio-suicidio chiuse una volta per tutte, o forse no, la maledizione sulla sceneggiatura di un film mai realizzato, Atuk. Pare che qualsiasi attore avesse a che fare con quello script fosse destinato a morire; toccò tra i tanti anche a John Belushi e John Candy. Ma questa è tutta un’altra storia…».

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