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Jim Carrey, la Polonia e quell’articolo sul New Yorker: Dark Crimes

Un thriller perverso, freddo, nero, sospeso in un tempo fermo e indefinibile. In esclusiva su CHILI

dark crimes

Che storia incredibile quella raccontata in Dark Crimes (in esclusiva su CHILI). Il giornalista David Grann, sul The New Yorker del febbraio 2008 (per la precisione, sul numero dell’11 & 18, con il pezzo che potete rileggere qui), lo appellava come «un misterioso omicidio postmoderno». Dal suo articolo, intitolato True Crime, sono passati dieci anni, eppure resta un alone di mistero intorno ai protagonisti di quella torbida storia, in una Polonia di inizio Millennio, dove dall’acqua del fiume Oder, venne a galla un cadavere. Di omicidi efferati, strani, irrisolti – direte voi – è pieno il mondo, eppure l’assassinio dell’imprenditore Dariusz Janiszewski non è come gli altri. Il motivo? Lo scrittore Krystian Bala, nel romanzo d’esordio Amok, pubblicato tre anni dopo la morte di Janiszewki, scriveva di un omicidio identico, raccontandone i dettagli e il movente, riportando informazioni che solo il killer poteva conoscere.

In Dark Crimes c’è un Jim Carrey come non lo avete mai visto.

Così, in una vicenda che continua ad avere dell’assurdo, Bala viene condannato a venticinque anni di reclusione. Lui ha negato tutto – «Ho solo scritto un libro!», ha urlato durante la proclamazione della pena -, e si è sempre dichiarato perseguitato e innocente. Ma, secondo il detective Jacek Wroblewski – ligio, testardo, coraggioso – l’omicida è proprio lo scrittore. Infatti, una di quelle notti in ufficio spinte fino a tardi, Jacek ha messo insieme diverse prove, ha scovato gli indizi nascosti – un telefono e una telefonata e, soprattutto, lo stesso perverso night club frequentato da vittima e carnefice –, li ha sovrapposti al romanzo e, come per magia, tutto è risultato (irrazionalmente) più chiaro.

Jim Carrey e Marton Csokas nella scena dell’interrogatorio.

Una storia assurda e, mediaticamente, coinvolgente. Tanto da sembrare quasi una sceneggiatura cinematografica già pronta. E, levando il quasi, un film – co-produzione US, Polonia – lo è diventato davvero: Dark Crimes, per l’appunto. Diretta dal greco Alexandros Avranas (già regista dello sconvolgente Miss Violence) e scritta dall’inglese Jeremy Brock, la pellicola si veste di grigio e novellizza l’articolo di Grann, cucendo la vicenda addosso ad un Jim Carrey protagonista assoluto, con barba lunga, occhi nerissimi, andamento stanco. Carrey non si nasconde e non nasconde il suo essere attore totale, prendendo il ruolo del detective e facendo suo l’avanzare della vicenda, in un avvicendamento di geometrici primi piani e scene brutali. Come l’interrogatorio faccia-a-faccia con Marton Csokas (bravissimo nel ruolo del presunto killer), tra l’altro citato nel pezzo di Grann, o gli abusi subiti da un’eccezionale Charlotte Gainsbourg, in una sorta di equilibratrice dei fatti.

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Jim Carrey e Charlotte Gainsbourg in Dark Crimes.

Un noir europeo, ma pure un thriller americano, ripreso in una Polonia sospesa in un tempo fermo e indefinibile. È ieri? È oggi? È domani? Tutto gira intorno all’indagine e all’oscuro night club – un po’ BDSM un po’ Delitto a Luci Rosse –, a quelle deviate registrazioni su VHS, agli indizi che si incrociano. Tutto, in una regia asciutta, cruda, senza mai inserire o accennare alla musica. C’è follia, c’è menzogna, c’è realtà in questo brutale racconto, diventato prima parola e poi cinema. E, da qualsivoglia distanza la si legga o la si interpreti, la verità dei fatti è – come sempre – una questione di prospettiva. Che storia incredibile.

  • Il malinconico dilemma del genio: la dolente grandezza di Jim Carrey
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