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Il dilemma del genio | Jim Carrey e la dolente grandezza di un comico infinito

Da giullare comico alla svolta in The Truman Show: l’ascesa di un mito dai mille volti

MILANO – Il cinema è dove i dolori trovano un bel posto. Il comico è colui che più degli altri ha conosciuto la sofferenza. E nessuno più di Jim Carrey negli ultimi venticinque anni ha fatto cinema ed è stato comico. Eravamo certi che dietro agli Ace Ventura e a The Mask non potessero esserci soltanto smorfie. Perché quando la comicità demenziale e un po’ sconcertante del primo film sull’investigatore specializzato nel ritrovamento di animali sbanca i botteghini americani nel 1994 la critica rimane spiazzata: il film riceve stroncature decise, e il protagonista, Jim Carrey, era talmente sopra le righe, incontenibile, volgare e fastidioso che non poteva che essere un genio oppure il peggior attore di tutti i tempi.

Ace Ventura – L’acchiappanimali, 1994.

E a tal proposito: «Sono arrivato a Hollywood per distruggerla dall’interno», dichiarerà Carrey molti anni dopo in quello struggente documentario che in realtà è una confessione, Jim e Andy. Qualche dubbio che si tratti di un genio e non di un semplice ciarlatano sorgerà qualche mese più tardi sempre in quel 1994, quando esce in sala Scemo e più scemo, film d’esordio dei fratelli Farrelly, caratterizzato da una comicità regressiva e infantile, ma canalizzata verso una dimensione punk e iconoclasta, tanto che qualcuno comincia a definirlo «l’erede di Jerry Lewis», per citare non proprio l’ultimo dei comici.

In Scemo & + scemo 2 con Jeff Daniels, 2014.

Per Jim si tratta di un altro incredibile hit nei box office di tutto il mondo, ovviamente. L’attore sembra poi voler portare all’esasperazione il suo istrionismo e la sua incredibile varietà di espressioni facciali, impersonando l’Enigmista in Batman Forever e soprattutto l’avvocato Fletcher Reede nella commedia per famiglie Bugiardo bugiardo.

L’Enigmista in Batman Forever, 1995

E, arrivato forse a un punto mattatoriale estremo, sceglie di gettare la maschera e di entrare nella leggenda dalla porta principale. Addio all’irriverenza scatologica, facciamo spazio all’uomo e alle sue fragilità: è il 1998 e The Truman Show di Peter Weir offre a Jim il primo ruolo drammatico della sua carriera. Il risultato? Il Golden Globe per miglior attore e uno dei migliori film degli anni Novanta, tragedia umana che anticipa il triste destino da reality globale che ci spetterà nel nuovo millennio. La scelta finale del suo Truman Burbank di abbandonare il programma televisivo di cui era inconsapevole protagonista è uno dei momenti più alti della storia del cinema.

Il cielo finto in The Truman Show, 1998

Sembra impensabile, ma The Truman Show è solo il preludio a un secondo capolavoro, l’incredibile Man on the Moon di Milos Forman, il biopic su Andy Kaufman, comico sabotatore e teorico del caos mediatico nell’America di fine Settanta e inizio Ottanta: ovvero, il personaggio più influente nella formazione artistica di Jim Carrey. L’opera è straordinaria, seppur non sia stata subito riconosciuta tale alla sua uscita. Ma ciò che è ancora più epocale è l’immedesimazione di Jim in Kaufman, la cui grandezza è oggi corroborata dalle riprese dentro e fuori dal set presenti nel documentario Jim e Andy, che testimoniano le conseguenze dell’essere Andy Kaufman da parte di Carrey.

Man on the Moon, 1999

Un’interpretazione totalizzante e devastante, che inciderà anche sulla depressione dell’attore nel momento in cui si troverà costretto di nuovo a tornare a essere, nella vita di tutti i giorni, Jim Carrey. Dopo Man on the Moon, è storia recente: un terzo capolavoro (Se mi lasci ti cancello), tanti buoni film, qualche passo falso, una vita privata senz’altro dolorosa, i post su Twitter contro Trump e i suoi quadri. Ma anche la consapevolezza delle parole del papà di un giovane Jim, quando il ragazzo amava le smorfie ed era ancora incerto se intraprendere la strada della recitazione: «Se devi fallire, è meglio fallire facendo quello che ami».

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