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La crisi di Hollywood e la modernità di Viale del tramonto

Settant’anni dopo, il capolavoro di Billy Wilder è ancora tutto lì: il divismo, la vecchiaia e la fine

«Questo è il Sunset Boulevard, il viale del tramonto a Hollywood. Sono circa le cinque del mattino. Arriva la polizia, la squadra omicidi con il solito codazzo di cronisti. In una di queste sfarzose ville è stato commesso un delitto, lo leggerete sui giornali del mattino e ne sentirete parlare alla radio. Lo trasmetterà anche la televisione, perché questo è un fatto grosso e nella faccenda c’è coinvolta una diva del cinema». Così, in medias res, recita l’incipit di Viale del tramonto, opera dal grande riverbero artistico sulla cinematografia moderna e di instancabile attualità. Vero e proprio caposaldo del noir anni Quaranta e Cinquanta, rivisto oggi il film di Billy Wilder trasuda modernità da ogni fotogramma, grazie a quella formidabile capacità di ammaliare e intrattenere lo spettatore perfino a sessantotto anni dall’uscita nelle sale: era il 10 agosto del 1950, giorno della prima a New York.

«Le grandi dive sono molto orgogliose». Gloria Swanson nei panni di Norma Desmond.

Joe Gillis (William Holden) è uno scalcagnato sceneggiatore in difficoltà economiche, perseguitato dagli emissari di una compagnia finanziaria intenzionati a requisirgli l’automobile per ripagare i debiti. Fuggendo dagli esattori si introduce fortuitamente nella villa di una ex diva del cinema muto, Norma Desmond (Gloria Swanson), che vive ormai in solitudine, ai margini della follia, in un palazzo che «aveva l’aria di una di quelle vecchie gentildonne decadute, cariche di antichi veli sdruciti e di cianfrusaglie fuori moda, che vivono isolate dal mondo fra i fantasmi di un passato fastoso».

William Holden e la Swanson. Al volante: il grande regista Erich von Stroheim.

Billy Wilder – autore, oltre alla regia, della sceneggiatura a quattro mani con il fido Charles Brackett – porta sullo schermo un tema tuttora attualissimo (forse mai come ora, nell’illusione dell’era digitale) come quello della decadenza dei divi, combinandolo con una sagace critica dell’industria cinematografica americana. Le atmosfere da film dell’orrore, molto cupe e a tratti persino grottesche, fanno da sfondo ad una Los Angeles stranamente plumbea e poco baciata dal sole come siamo soliti conoscerla, in uno dei ritratti più crudeli mai girati su Hollywood.

Un altro simbolo della fine: l’apparizione di Buster Keaton.

Indimenticabile la voce fuori campo di William Holden a ripercorrere la strana storia della relazione con Norma Desmond. Cameo – simbolico e ferocemente malinconico – per il grande Buster Keaton nella partita di bridge e magistrale interpretazione di Erich von Stroheim nei panni del maggiordomo Max. E se «le grandi stelle non hanno età», allora Viale del tramonto rimane ancora oggi un’opera tanto moderna quanto imprescindibile per comprendere le dinamiche di un’industria che da sempre punta unicamente al profitto e non ha mai avuto pietà per nessuno: «Ma io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo». Leggendario.

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