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Judy | Una grande Renée Zellweger, l’arcobaleno e il significato della felicità

Il film di Rupert Goold? Il ritratto della Garland in un biopic emozionante, nobile e sfavillante

Renée Zellweger è Judy Garland in un dettaglio del poster

NEW YORK – «Non mi dimenticherete, vero?», chiede Judy Garland, al pubblico di Londra, una manciata di giorni prima della sua prematura morte. In fondo, il biopic di Rupert Goold, Judy, nelle sue due ore – concitate e ristrette, proprio come l’andatura sbilenca della Garland – continua a girare attorno ad una domanda: com’è possibile che una stella così splendente si sia consumata tanto presto e tanto drammaticamente? Non c’è una risposta diretta, ma la si può intuire dallo sguardo di Renée Zellweger. Sincera, profonda e perfetta nell’essere la Garland, con i suoi tick, il suo passo (s)graziato, il suo strabiliante tono di voce che l’ha fatta entrare tra le leggende del Novecento.

Renée Zellweger è (una grande) Judy Garland

Del resto, Judy, che abbiamo visto in una pomeridiana a New York, in una multisala a pochi passi da Columbus Circle, inizia (guarda caso) con un flashback sul set de Il Mago di Oz – e ce ne saranno diversi per tutta la pellicola –, proprio su quel lastricato sentiero di mattoni dorati, che avrebbe portato quella ragazza del Minnesota ad essere icona, simbolo e mito. Pagandone però un prezzo spropositato. Perché, più di un semplice biopic (concentrato sugli ultimi mesi della Garland, quando fu protagonista di una serie di show al Talk of the Town di Londra), Judy è un film sul significato (vero) della felicità. Su quanto sia effimera e sfuggente; quanto sia a volte pericolosa e impossibile da raggiungere. Anche se riesci a scoprire cosa ci sia oltre un arcobaleno, ma il tuo unico desiderio è solo uno: poter tornare a casa.

Rupert Goold e Renée Zellweger sul set di Judy

Allora, in uno dei momenti più forti del film (Goold è bravo sia nell’addizionare che nel sottrarre immagini e parole), guardandola negli occhi, bagnati dalle lacrime, dopo aver cantato The Trolley Song, accartocciata su se stessa nella solitudine di un camerino, ci accorgiamo di quanto dolore ci sia nell’animo di un’artista capace di bruciare rabbia e strazio, mentre ripensa (e noi insieme a lei) a quanta prematura violenza abbia dovuto sopportare in nome di qualcosa di indefinibile. Fama, successo, immortalità. Judy avrebbe scambiato tutto e più di tutto pur di restare un secondo in più al telefono con suo figlio, rimasto al di là dell’Oceano Atlantico.

Somewhere over the Rainbow

È un film sfavillante e immediato, Judy, energico e coraggioso, nel lanciare la mastodontica accusa ad uno show biz senza scrupoli e spietato (e quello degli Anni Quaranta era addirittura spaventoso…), tanto da costringere una bambina di sedici anni ad abusare di farmaci, senza poter toccare cibo. Judy ha pagato presto quell’eccesso di notorietà che l’aveva da subito catturata nella morsa di un’apparenza che doveva risultare perfetta. Ma la perfezione, si sa, non esiste. E Judy, anima fragile dal cuore distrutto, ne è sempre stata schiava. Finendo per detestare quella speranza che, al suono di una dolce melodia, l’ha resa leggenda. «Somewhere over the rainbow, bluebirds fly».

Qui potete vedere una featurette di Judy:

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