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HOT VIDEO: Michael Jackson, Martin Scorsese e il messaggio sociale di Bad

New York, il Re del Pop, un Premio Oscar, le citazioni cinematografiche e quel tributo nascosto

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Complice il dilagare dei social, strumento dalla doppia faccia capace di mostrare il meglio e il peggio dell’umanità in un tweet, questi ultimi dieci anni hanno permesso all’informazione di espandersi trasversalmente e creare un’ideale rete virtuale unita attorno a svariate tematiche di natura sociale e politica. Dalle proteste contro i regimi arabi raggruppate nella più romantica espressione Primavera Araba al recente #MeToo, sono molte le forme di attivismo nate grazie a un hashtag. Un altro esempio? Il #BlackLivesMatter, nato su Twitter nel 2013 all’indomani dell’indignazione da parte della comunità afroamericana per l’assoluzione dell’omicida di Trayvon Martin, adolescente della Florida la cui unica colpa era indossare il cappuccio della felpa.

Il movimento è poi cresciuto di pari passo alle violenze e uccisioni commesse da parte della polizia nei confronti di afroamericani disarmati e innocenti, come successo per Trayvon Martin a Ferguson e Eric Garner a New York. Proteste e scontri – anche violenti – che hanno riportato alla mente le sommosse di Rodney King scoppiate a Los Angeles nel 1991. Avvenimenti tali da influenzare non solo l’opinione pubblica ma anche il mondo dell’arte, importante veicolo per instaurare un dibattito e diffondere conoscenza. Ne sono un esempio i videoclip di Formation di Beyoncé e This is America di Childish Gambino, così come il featuring tra Queen Bey e Kendrick Lamar in Freedom, singolo contenuto in Lemonade nel cui video comparivano le madri di quei ragazzi uccisi per il colore della loro pelle con i mano le foto dei figli incorniciate.

Quello che forse non tutti sanno è che prima dei social, prima di Beyoncé e il video virale di Donald Glover, Michael Jackson aveva raccontato la storia di un altro ragazzo di colore morto ammazzato per mano di un poliziotto fuori servizio, convinto che la sua vittima volesse derubarlo. Era il 1987, l’anno di Bad e di quel videoclip diretto da un certo Martin Scorsese che firmerà un corto di quasi venti minuti per uno dei singoli più celebri e celebrati della storia della musica moderna. Quel ragazzo si chiamava Edmund Perry, era di Harlem ma studiava alla prestigiosa Phillips Exeter Academy in attesa di entrare a Stanford e il suo futuro spezzato finì sulle prime pagine di ogni quotidiano e mensile newyorchese. Così, per rendergli omaggio, Jackson chiamò Richard Price – sceneggiatore de Il colore dei soldi, The Wire, The Night of – e il regista Premio Oscar per raccontare – con le dovute modifiche – la sua storia.

Filmato a Brooklyn, nella metro di Hoyt-Schermerhorn Streets (anche set dei I Guerrieri della Notte, Il Principe Cerca Moglie e The Wiz) che rimase chiusa per due settimane, il video costò 2 milioni di dollari. Un record che il Re del Pop superò quattro anni più tardi grazie a Black or White che di milioni ne costò quattro. Un fenomeno pop che ha dato vita a rifacimenti e parodie delle quali la più famosa rimane Fat di “Weird Al” Yankovic. Nella versione integrale di Bad – prodotta, come l’omonimo album, da Quincy Jones per la Epic Records -, il cantante interpreta Darryl, studente di un ottimo college di ritorno a casa dopo la fine del semestre che si scontra con gli amici d’infanzia, ormai troppo diversi da lui.

Scorsese, oltre a inserire accenni alla vera storia di Perry, omaggia anche un classico del musical e del cinema con la citazione a West Side Story. Le coreografie, infatti, oltre ad essere un elemento imprescindibile per i videoclip degli artisti pop dell’epoca, sono un vero e proprio elemento narrativo. Darryl/Jackson si batte con l’amico di un tempo e antagonista, Mini Max (un’allora sconosciuto Wesley Snipes) al ritmo dei passi coreografati da Jeffrey Daniel e Gregg Burge con tanto di fanale faccia a faccia tra i due. Quel «You’re doing wrong» intonato dal personaggio interpretato da Michael Jackson, poi, racchiude il cuore della canzone e del corto. Un messaggio chiaro, specie per tutti quei ragazzini di quartiere come Edmund Perry.

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