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E se fosse Gallo Cedrone il punto più alto del cinema di Carlo Verdone?

Feroce, cattivo, ma anche poetico e malinconico: una necessaria rivalutazione a vent’anni dall’uscita

Quando Gallo Cedrone uscì nei cinema nel 1998, molti non si sarebbero aspettati di trovarsi di fronte al film più amaro e cinico di Carlo Verdone. Reduce dal trionfo di Viaggi di nozze e dal buon successo di Sono pazzo di Iris Blond, sembrava che l’attore e regista romano si fosse ormai adagiato su uno standard di commedia sentimentale servita per tutti i gusti: a volte più comica e macchiettistica (Viaggi di nozze), altre più profonda e malinconica (Iris Blond). Sia chiaro, l’amarezza di fondo è stata sempre una prerogativa di Verdone, anche nelle pellicole all’apparenza più leggere.

Stretching mattutino

Ma Gallo Cedrone riuscì davvero a spiazzare anche chi ormai era abituato al suo cinema: perché Armando Feroci non è il solito coatto e neppure il burino di cui ridere, ma un uomo privo di relazioni umane, che cerca di arrangiarsi come può, senza talenti e senza un bagaglio sufficiente di istruzione, generalmente superficiale, tendente all’autoassoluzione e distratto anche nei confronti delle attenzioni che potrebbe ricevere (il rapporto con la figlia). Feroci vive un autentico dramma umano: il suo è un irrequieto vagare, disordinato, senza una meta chiara, e che non trova mai un luogo a cui appartenere.

“Innocuo” scherzo

Dalla fallimentare partecipazione a un telequiz ai tentativi di avances in strada, per arrivare fino all’assurda azione di convincimento di essere il figlio naturale di Elvis Presley in uno scalcinato fan club di Ostia, la sua epopea è quella di un individuo confuso che esce perennemente sconfitto da qualsiasi sfida prova a sottoporsi. Verdone, più cattivo del suo solito, però non riesce mai a voler male fino in fondo alle sue “creature”, e lo ha sempre confessato.

Al telequiz

E così introduce il personaggio di Martina, la moglie cieca dell’odioso fratello del protagonista, interpretata dalla splendida Regina Orioli, che riesce a costruire con Feroci un rapporto perlomeno affettuoso ed empatico, regalando inoltre una delle scene più belle dell’intera carriera, a metà strada tra cialtroneria e romanticismo: quella in cui Armando, durante una breve fuga d’amore che terminerà tragicamente, porta Martina in un campo di calcio deserto, fingendo di essere arrivati a Pisa e di trovarsi davanti alla Torre Pendente.

Armando spiega a Martina la Torre di Pisa

Qui il genio comico di Verdone raggiunge uno dei suoi vertici, districandosi tra pura immaginazione e quell’improbabile accento pisano. Gallo Cedrone recupera in piena regola la tradizione della commedia all’italiana, e finisce poi con chiudersi su un finale beffardo e finanche sgradevole. Per chi scrive, uno dei film italiani obbligatori degli anni Novanta nonché il capolavoro assoluto di Carlo Verdone.

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