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Carlo Verdone: «Gallo Cedrone, i mitomani e il regalo più grande: far ridere la mia gente…»

Il regista celebra i vent’anni del suo cult a Milano con Hot Corn. E racconta di Dino Risi, Roma e futuro

Sala piena, le immagini di quel film che scorrono sullo schermo, il pubblico che si alza in piedi, applaudendo un uomo capace di far ridere ed emozionare una platea che tocca, almeno, tre generazioni. Ed ha appena compiuto vent’anni, alla grande, il suo Gallo Cedrone, festeggiati con il primo evento targato Hot Corn, che ha visto protagonista proprio Carlo Verdone, arrivato a Milano per una masterclass sul suo cinema, ricordando gli aneddoti e la gestazione di quel film che, come ha raccontato al pubblico e al direttore di Hot Corn, Andrea Morandi, «è stato un figlio nato con delle difficoltà e anche per questo è uno dei miei preferiti». Quaranta minuti di dialogo, in cui Verdone, facendo ridere e riflettere, ha spiegato i motivi per cui Gallo Cedrone, all’epoca, fu un film precursore, con quell’Armando Feroci fanfarone mitomane in grado di anticipare un presente in cui di galli cedroni ce ne sono fin troppi.

Carlo Verone intervistato dal Direttore di Hot Corn Andrea Morandi. Foto di Alberto Cocchi.

IL FILM «Come nasce Gallo Cedrone? È stata una reazione. Venivo da Iris Blond, un film dolente, girato in Belgio, lontano da Roma e dalla romanità. Così, dopo quel film, diciamo, molto crepuscolare, decisi di scrivere una storia sulla mitomania, sulla politica chiacchierona che avanzava, riempita da quei personaggi improponibili. Con una particolarità: l’Armando Feroci che vedete in Gallo Cedrone crede profondamente alle cavolate che dice».

LE SCENE « Credo ci siano due momenti perfetti nel film. Penso alla scena dell’agente immobiliare. La casa che vedete nel film, a Via Giulia, nel cuore di Roma, era veramente pericolante. Ci dissero di girare la scena in mezz’ora, mentre sentivamo scricchiolare ovunque. Fu un momento assurdo: salimmo su io, Ines Nobili, il fonico, il cameraman con la macchina a mano, con l’obiettivo di girare in poco tempo una scena di tre minuti e mezzo, senza possibilità di sbagliare. Una cosa incredibile e quasi impossibile per un attore. L’altro momento memorabile è la scena in cui vado a trovare mio fratello, girata sempre in piano sequenza, quando lo sconvolgo con la storia su nostro padre e le “chiappe chiacchierate”…».

Un altro momento della serata organizzata da Hot Corn per celebrare i 20 anni del film. Foto di Alberto Cocchi.

IL SUCCESSO «Gallo Cedrone, non lo nascondo, è stato un figlio nato con delle difficoltà e, anche per questo lo metto in cima a quelli a cui sono più legato. Al botteghino è andato benissimo, ma qualche giudizio critico fu molto pesante nei miei confronti, cattivo. Poi, certo, come spesso accade, il film è stato rivalutato, eppure all’epoca quelle critiche gratuite mi turbarono. Una cosa però mi riempì di gioia. Mi chiamò Dino Risi, dicendomi: “Carlo! Ma quante risate mi sono fatto… fregatene di quel che dicono quegli imbecilli, hai centrato lo stesso spirito che avevamo noi”

ROMA «La mia città è diventata profondamente triste. I personaggi, le ombre che la popolano, hanno ancora le loro debolezze e le loro caratteristiche, ma noto che c’è una sorta di depressione generale. Camminando per strada te ne accorgi. L’altro giorno, ad esempio, la gente per strada mi salutava con fare sommesso. Me ne accorgo dagli occhi, sempre bassi, sempre puntati sui telefoni, distratti da tutto e tutti».

Un passaggio dell’intervista. Foto di Alberto Cocchi.

UN GRANDE POTERE «Quando mi metto a lavoro su una pellicola, sento sempre una grande responsabilità nei confronti del pubblico. Alcuni film, è vero, potevano venire meglio, ma ho comunque un dovere nei confronti della gente. Sono felice della vita che ho fatto. Un attore se fa le cose fatte bene fa un grande regalo. Mi sento una sorta di antidepressivo naturale e, regalare un sorriso, è una cosa che ti fa sentire bene».

IO & IL CINEMA « Che film guardo? Scelgo sempre quelli drammatici a dire il vero. Però, se penso al cinema che amo, mi vengo in mente subito Jack Lemmon e Walter Matthau, due giganti, poi Jerry Lewis e Peter Sellers. E poi, ovvio, a Federico Fellini: così profondo, così grande, che andava a beccare le fragilità vere. Godo, quando vedo, che so, I Vitelloni, film malinconico e perfetto, e ogni volta rido per i dettagli, Lo sceicco bianco e il ruolo di Leopoldo Trieste ispirò il personaggio di Furio. Mi piaceva Troisi, un po’ logorroico, eh, ma come tempi comici era il migliore…»

Carlo Verone racconta uno dei tanti aneddoti del film. Foto di Alberto Cocchi.

OGGI «Girare Gallo Cedrone 2 in un momento storico come questo? Non si potrebbe fare, verrebbe un film diverso, inquietante. Il clima è cambiato. I social hanno incattivito la gente. In anonimato puoi fare o dire quello che vuoi. I galli cedroni oggi li abbiamo ovunque. L’omologazione è stata un disastro, non ci sono più gli idoli puri di una volta. Perché lo chiamai Gallo Cedrone? Mia madre, quando ero bambino, mi diceva che il ciuffo di capelli alzato che portavo era da gallo cedrone… Dunque, oltre essere un titolo adatto da dare ad un mitomane, è anche un omaggio a lei».

IL FUTURO «Sto scrivendo, ma con difficoltà. Non so nemmeno se consegneremo il progetto in tempo, forse riusciremo a farlo uscire entro il 2019. E il motivo di tutta questa complessità di produzione è importante: devi stare attento, perché non puoi fare cose già fatte, dire cose già dette. La gestazione di un film è delicata. Lo stupore c’è, anche la voglia e la curiosità. Mi riterrò felice di avere dato leggerezza al pubblico».

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