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Godard, Pasolini e la tomba di Ozu. Il mistero del cinema secondo Bernardo Bertolucci

Un piccolo, grande, libro postumo del regista mescola ricordi e ispirazioni, luoghi e sentimenti

Bernardo Bertolucci in uno scatto del 1988, dopo i nove Oscar vinti con L'ultimo imperatore.

MILANO – «Dopo tanti anni, dopo tanti film, tutto mi sembra ancora molto misterioso». Bernardo Bertolucci e un testo inedito, pronunciato in occasione della laurea ricevuta a Parma nel 2014 e ora diventato un piccolo grande libro: Il mistero del cinema (edito da La Nave di Teseo, pp. 112, 8 euro). Pagine in cui ritorniamo nel suo mondo e incontriamo Pasolini e Moravia, Godard e Truffaut, Parigi e Roma, ma soprattutto Bernardo e il suo universo capace di contenere tanto le valli sperdute di Casarola e Hollywood, l’Oriente e la provincia. Abbiamo raccolto qui tre brevi stralci de Il mistero del cinema, tre tappe di una vita straordinaria.

La copertina de Il mistero del cinema, edito da La Nave di Teseo.

LE PAROLE DI PASOLINI – «Tornato a Roma da Parigi nel 1960 dissi a Pier Paolo (Pasolini, nda) di correre a vedere quel film straordinario che era Fino all’ultimo respiro di Godard e Pier Paolo ci va di domenica, con alcuni amici e poi mi dice: “Sono stato a vedere il TUO Fino all’ultimo respiro”, e mi dice che i suoi amici hanno sghignazzato tutto il tempo. Pier Paolo che va a vedere Fino all’ultimo respiro e ne ride con i suoi amici è qualcosa che non posso capire o accettare, ma credo che in quel momento lui vedesse che stava perdendo una sicurezza che ero io, come se si accorgesse che avrebbe dovuto condividermi con Godard».

Un giovane Bernardo Bertolucci sul set di Accattone con Pasolini. Era il 1962.

L’OPINIONE DI GODARD – «Nel 1965 incontro Godard a Roma, da Rosati, andiamo a cena insieme e gli dico che non riesco più a fare niente. Avevo dei progetti di film, uno si sarebbe dovuto intitolare Natura contro natura. Avevo un progetto insieme al poeta argentino Mario Trejo che si intitolava Infinito futuro. Ma niente. Dissi a Godard che avrei accettato di girare un documentario per l’ENI, che poi sarebbe diventato La via del petrolio e che avrei viaggiato verso Oriente. In realtà glielo dissi un po’ sconsolato, la vedevo come una fuga. Mi colpì il fatto che Jean-Luc ribatté che era una cosa bellissima, che se avesse potuto sarebbe partito lui, l’avrebbe girato lui».

Bertolucci con Pasolini e Godard, amici e nemici.

IL NIENTE DI OZU – «Qualche anno dopo aver girato La tragedia di un uomo ridicolo, feci insieme a mia moglie Clare (Peploe, nda) un viaggio in Giappone. Era il 1983 ed eravamo a Tokyo. Volevo vedere la tomba di Ozu e chiesi alla guida di accompagnarci al cimitero. Dopo qualche tempo passato a girovagare tra le tombe, arrivammo a quella di Ozu. Sopra c’era un ideogramma: 無. Quell’ideogramma era il Mu, la pronuncia giapponese del simbolo cinese che significa “niente, nulla”. L’ambiguità di quel “niente”, di quel “vuoto”, rappresentò per me l’apertura di una nuova fase che mi avrebbe portato a L’ultimo Imperatore e poi fino a Piccolo Buddha».

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