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Azzardo, sfida, sacrilegio: ma il remake di Suspiria merita davvero la visione?

La sfida era ardua, ma la nuova opera di Luca Guadagnino rispetta, rinnova e punta ad altro. Fidatevi…

Dakota Johnson e Mia Goth in una scena di Suspiria. Foto Alessio Bolzoni

Era un enorme rischio, diciamolo subito, ma Luca Guadagnino lo ha corso uscendone (anche) ricompensato. Riprendere un classico non sempre si rivela una scelta saggia, anzi, ma se alla base c’è la voglia di esplorare una via differente prendendo spunto da ciò che si ama, allora forse non si sta percorrendo una strada errata. Guadagnino – si sa – è un grande fan di Dario Argento fin da ragazzo quando studiava i suoi film a Palermo e il suo rispetto per l’opera del maestro si percepisce in ogni scena del nuovo Suspiria, in ogni singolo momento (e movimento) che compone il suo film, un nuovo cult che omaggia il predecessore, cosciente però di dover necessariamente trovare una propria anima.

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Dakota Johnson in una scena del film.

Ed è molto più contorta quest’interiorità dell’opera, pur non nascondendo il proprio elemento di minaccia, ma ponendolo come presupposto da cui ampliare le nefandezze. Le streghe non vengono più scoperte gradualmente, non sono un mistero da svelare, ma piuttosto un enigma da completare e di cui osserviamo l’indecenza. Così come la protagonista interpretata da Dakota Johnson: no, non c’è più in lei l’ingenuità che entra nella dimora del timore, piuttosto un simulacro pronto ad incarnare il sadismo del male.

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Tilda Swinton è Madame Blanc nel film, ma non solo…

Se nel 1977 la danza era un pretesto, nel film – ambientato proprio nell’anno dell’uscita dell’opera di Argento – Guadagnino la pone come componente centrale per rendere corporeo l’orrore e fendere l’aria, facendolo riflettere direttamente sulla carne delle ballerine. La fisicità è un elemento fondamentale per il personaggio di Susie e diventa involucro privilegiato per mostrare i segni di chi è destinato all’inferno. Quest’ultimo non solo metaforico, ma luogo presente che si tinge di rosso non dal principio come ci si sarebbe aspettato, ma sprigiona il colore con la propria violenza quando la vulnerabilità dei corpi è al punto massimo e la nudità permette alla contorsione di risultare più spaventosa e traumatizzante.

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Dakota Johnson truccata per lo spettacolo di danza

Guadagnino ha scelto la sceneggiatura di David Kajganich su cui poggiarsi e la propria regia con cui personalizzare il terrore, renderlo esteticamente agghiacciante nei suoi istanti congegnati per scioccare, ma non trascurando in alcun modo la preparazione all’orrido, facendo ribollire l’attesa e soddisfano con il sangue. Merito anche del montaggio frammentato (Walter Fasano) che non permette di prevedere il punto di arrivo della paura alimentandola con la velocità del montato. Il nuovo Suspiria ha così uno sguardo più perverso del terrore e non cerca per nulla di risparmiarlo, eccedendo il necessario per turbare, ma non facendo mai dimenticare di trovarsi di fronte a grande cinema.

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