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Tracee Ellis Ross: «L’assistente della star e la mia sfida con mamma Diana Ross»

Il film, il ruolo della diva pop e quel pomeriggio in macchina con la madre: la nostra intervista

L'assistente della star
Tracee Ellis Ross durante l'intervista via Zoom con Andrea Morandi.

MILANO – Le piante dietro alla finestra, un divano in un angolo e lei, sorridente, al centro dello schermo: l’intervista via Zoom con Tracee Ellis Ross inizia così, in collegamento da Los Angeles, una serata di giugno più calda delle altre: «Come va?», esordisce lei. Classe 1972, figlia della diva Diana Ross e del suo manager, Robert Ellis Silberstein, la Ross ha debuttato vent’anni fa nello show business, ma è arrivata al successo (televisivo) solo più tardi, grazie all’accoppiata Girlfriends e poi, soprattutto, Black-ish. E il cinema? Sempre poco, pochissimo, tanto che il ruolo de L’assistente della star, ora in streaming su CHILI, in cui appare tra Dakota Johnson e Ice Cube, è il suo primo da tredici anni. «E non è stato un ruolo facile da accettare, lo ammetto senza problemi», confida lei, «ho dovuto pensarci parecchio e ho dovuto attraversare le mie paure. Questo però è quello che a un certo punto si deve fare: attraversare il fiume e accettare quello che si trova».

Tracee Ellis Ross
Tracee Ellis Ross e un microfono virtuale durante l’intervista via Zoom con Hot Corn.

E perché mai? Semplice. Ne L’assistente della star, la Ross interpreta un’icona pop, Grace Davis, una diva da milioni di copie vendute amata e idolatrata che però superati i quarant’anni si trova davanti a un bivio: continuare a incidere dischi oppure ritirarsi a Las Vegas, come gli consiglia il board della casa discografica tutto al maschile? Un ruolo già complicato – ageism + sexism + lampi di #MeToo – reso ancor più complesso dall’essere figlia di una vera icona pop come Diana Ross. «Anche perché questo ruolo significava – evidentemente – mettersi alla prova e cantare, ma cantare veramente, una cosa che ho cercato sempre di evitare. Per costruire il ruolo di Grace prima però sono partita dal look, dal suo modo di essere attraverso i vestiti, per poi capire che tipo di donna era. Ma più passava il tempo e più comprendevo che il punto di svolta era quella canzone…».

Tracee Ellis Ross
Tracee Ellis Ross in un altro momento dell’intervista via Zoom.

La canzone, appunto. Perché se tua madre si chiama Diana Ross, i fantasmi sono sempre gli stessi, gli stessi di figli d’arte come Jakob Dylan, Sean Lennon o – nemmeno a dirlo – Liza Minnelli con l’ombra di Judy Garland addosso, fantasmi ingombranti con sempre in testa il pensiero che non sarà mai abbastanza, che lassù non ci si arriverà mai, soprattuto se, come in questo caso, l’icona di riferimento è una diva anni Ottanta a cui perfino Michael Jackson dedicò una canzone: «Il confronto è sempre lì, ovvio, anche se mia madre non mi ha mai fatto pesare nulla, non ho mai sentito addosso il suo personaggio durante la mia carriera. Sono fortunata perché da sempre ho un bellissimo rapporto con lei, è una confidente, oltre che una madre». Però. Però bisogna comunque passare di lì e la svolta per L’assistente della star arriva un pomeriggio, in macchina.

Tracee Ellis Ross
Tracee Ellis e il ricordo di quel pomeriggio con mamma Diana Ross.

Succede tutto così, in uno di quei momenti che solo Hollywood sa regalare, un film fuori dal film, che diventa improvvisamente più grande dello stesso film: «Una mattina registro la canzone per L’assistente della star e poi mi porto via dallo studio il file audio», inizia a ricordare la Ross. «So che devo farlo ascoltare a mamma, quindi decido di fargliela ascoltare in macchina, perché ho sempre la sensazione che in macchina si senta meglio (ride, nda). Così comincio a guidare con lei a fianco e metto nello stereo la canzone, Love Myself (potete ascoltarla qui sotto, nda). Iniziano a scorrere i secondi, che mi sembrano ore, interminabili ore. Ogni tanto cerco di sbirciare, ma mia madre ha in testa una nuvola di capelli come la mia e non riesco a vedere la faccia, non riesco a capire le sue reazioni. A un certo punto si gira verso di me e ha le lacrime che le rigano le guance. Mi guarda e mi dice: “Ce l’hai fatta”. E in quel momento ho capito tutto…».

  • Qui Love Myself, la canzone cantata nel film da Tracee Ellis Ross:

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