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TAORMINA FILM FEST I La Calle Pura, tra sopravvivenza e sogno: il ritratto di una famiglia cubana

Il nuovo film di Alfredo Chiarappa segue tre uomini tra L’Avana e Alamar, in una Cuba sospesa tra crisi economica e ricerca di identità. In concorso al Taormina Film Festaval

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TAORMINA – Nato da un incontro casuale a L’Avana e sviluppato nell’arco di sei anni di osservazione diretta, La Calle Pura è il nuovo lungometraggio documentario di Alfredo Chiarappa, ambientato tra L’Avana e Alamar. Il film, prodotto tra Stati Uniti, Italia e Cuba, racconta la vita di una famiglia afro-cubana sospesa tra sopravvivenza quotidiana, sogni di riscatto e trasformazioni economiche profonde. Al centro della storia ci sono Brian, suo padre Toro e suo zio Mio: tre figure maschili che incarnano diverse possibilità di esistenza in una Cuba segnata da una crisi economica strutturale e da una crescente emigrazione. Un racconto che si muove tra realtà e messa in scena, dove il reggaeton, il mercato informale e la spiritualità si intrecciano in una dimensione quasi rituale.
Chiarappa definisce il film come un’esplorazione più esistenziale che geografica: “Non sono mai partito con l’idea di raccontare Cuba in senso generale”, spiega, “ma di porre delle domande a una società che oggi si trova sempre più esposta alle dinamiche del mercato e del capitale”.

Un’immagine del film

Il progetto nasce dall’incontro con Mio Darroman nel 2017, inizialmente come collaborazione sul campo per un lavoro fotografico. Da quel rapporto professionale è emersa una relazione personale che ha portato il regista dentro la vita della famiglia. “Ho passato molto tempo con loro, senza macchina da presa, costruendo un rapporto di fiducia che continua ancora oggi”, racconta.
Il centro del racconto è il triangolo tra i tre uomini, in cui Brian si muove tra due modelli opposti di mascolinità: la sopravvivenza istintiva del padre Toro e la visione più ambigua e imprenditoriale dello zio Mio. “Sono due possibilità, due strade, due modi diversi di stare al mondo”, spiega Chiarappa.
Il regista insiste sulla natura ibrida dell’opera, sospesa tra osservazione documentaria e costruzione cinematografica. Alcune scene sono state ricostruite per necessità produttive e di sicurezza, altre nascono invece da una ricerca estetica precisa: “Non ho mai visto realtà e messa in scena come due territori separati”.

Accanto alla dimensione materiale, fatta di scambi, soldi e sopravvivenza, emerge progressivamente una lettura spirituale della realtà cubana, legata alla tradizione della Santeria. Un elemento mai spiegato in modo diretto, ma presente come sottotesto costante: “La storia parte da un mondo materiale e lentamente si apre a una dimensione più spirituale”.
Il film si chiude su una riflessione più ampia, che riguarda non solo Cuba ma anche l’idea stessa di futuro e responsabilità individuale. Al centro resta una domanda: cosa resta quando il sogno di progresso si incrina? Per Chiarappa la risposta è nell’esperienza condivisa: “Vorrei che lo spettatore sentisse di aver attraversato un’intimità non scontata… e potesse riconoscersi nella famiglia, nel desiderio di futuro e nella fatica di scegliere chi diventare”.

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