ROMA – In occasione dell’uscita di Spyne, thriller ispirato a una storia vera che intreccia tensione narrativa, disabilità, riabilitazione e riscatto personale, abbiamo intervistato Andrea Bruschi, attore, musicista e autore dalla carriera ricca di esperienze e contaminazioni artistiche. Il film, diretto da Anna Antonelli, regista al suo esordio nel lungometraggio, racconta il difficile percorso di rinascita di un ex agente dei servizi segreti costretto a ricostruire la propria esistenza dopo un drammatico incidente, affrontando sfide fisiche e psicologiche che mettono alla prova identità, forza di volontà e capacità di reinventarsi.
Bruschi interpreta Alessandro, un personaggio complesso che si inserisce in una trama costruita come un intricato puzzle narrativo, capace di richiamare il cinema di genere italiano degli anni Settanta e Ottanta. Ma l’occasione è stata anche quella di ripercorrere un cammino artistico che va ben oltre il grande schermo. Prima ancora di affermarsi come attore, infatti, Andrea Bruschi ha coltivato e coltiva tutt’oggi una profonda passione per la musica, elemento che continua a influenzare il suo modo di costruire personaggi e raccontare storie.
Quando hai letto la sceneggiatura, qual è stata la prima emozione che hai provato? Cosa ti ha colpito di più del progetto?
«Ho aderito al progetto proprio a partire dalla sceneggiatura perché si trattava di un’opera prima. Mi ha convinto subito: è raro trovare un thriller così intricato nel panorama italiano, costruito come una serie di scatole cinesi. Mi ha ricordato un certo cinema di genere degli anni Settanta e Ottanta. Inoltre, leggendo il copione, ho scoperto che il personaggio di Alessandro aveva molte più sfaccettature di quanto immaginassi. Per me il cinema è fatto di tante componenti, ma la scrittura resta fondamentale.»
Nel film il protagonista è costretto a ridefinire completamente la propria esistenza. Pensi che oggi il cinema affronti il tema della disabilità nel modo giusto, evitando gli stereotipi?
«Innanzitutto bisogna ricordare che questa è una storia vera. Durante la preparazione del film abbiamo conosciuto la persona che ha ispirato la vicenda e questo ha dato ulteriore autenticità al lavoro. Credo che il cinema possa raccontare qualsiasi tema, compresa la disabilità, purché lo faccia con delicatezza e sincerità. Qui non c’è uno sguardo pietistico, ma il racconto di una persona che è riuscita a superare ostacoli enormi.»
Le riprese si sono svolte anche all’interno di un’unità spinale. Quanto è stato importante confrontarsi direttamente con quella realtà?
«Moltissimo. Abbiamo girato realmente nei reparti e ho avuto la possibilità di confrontarmi con il direttore del centro per rendere il mio ruolo il più credibile possibile. È stata un’esperienza molto coinvolgente: ho percepito grande serietà da parte di tutti e anche i pazienti hanno partecipato con curiosità e affetto. È stato davvero toccante.»
Prima ancora di essere attore, la musica è stata una parte importante della tua vita. Quanto del musicista è rimasto nel tuo lavoro di attore?
«La musica è ancora una parte fondamentale della mia vita. Per me musica e recitazione appartengono alla stessa sfera artistica: alla fine si tratta sempre di raccontare una storia. Quando costruisco un personaggio penso spesso alla musica. Ogni ruolo ha un ritmo, una melodia, dei silenzi. Un personaggio assomiglia a una piccola sinfonia, con un’introduzione, uno sviluppo e una conclusione.»
Utilizzi la musica anche nella preparazione dei personaggi?
«Sì, molto spesso. Ascolto musica prima di entrare in scena. A volte scelgo brani che immagino possano piacere al personaggio; altre volte ascolto musica che aiuta me a entrare nello stato emotivo giusto. Fa parte della mia “cassetta degli attrezzi” da attore. Inoltre amo molto quel cinema in cui la musica ha un ruolo centrale. Penso ai film di Scorsese, alle colonne sonore di Ennio Morricone o di Piero Umiliani. Quando è usata bene, la musica può essere straordinaria. Non l’ho mai abbandonata. Anzi, ho appena terminato un nuovo disco che uscirà entro la fine dell’anno.»
Oggi viviamo in un’epoca dominata dalla velocità e dalla ricerca immediata della visibilità. Tu invece hai costruito una carriera lunga e solida. Che valore ha avuto la pazienza nel tuo percorso?
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