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Savage State e un western francese tutto al femminile

David Perrault e un viaggio tra etica e terre selvagge. Nel cast Alice Isaaz e Kevin Janssens

Savage State
Savage State

MILANO – 1861, mentre in Europa Napoleone III riportava la Francia al rango di potenza imperiale e il Piemonte di Cavour si apprestava a unire l’Italia sotto la corona di Vittorio Emanuele II, gli Stati Uniti iniziavano a vivere il dramma della guerra civile: il sogno dell’indipendenza e il mito della specialità americana erano in pericolo, così come lo erano tutte le persone che vivevano quel tempo, costrette a schierarsi e a farsi carico delle conseguenze della guerra (allora) più sanguinosa di sempre. In questo scenario, nello Stato del Missouri – già francese, ma venduto con la Louisiana da Bonaparte all’inizio del secolo – si colloca Savage State, un western francese tutto al femminile che riesce ad essere allo stesso tempo intimista e avventuroso. Girato e scritto dal quarantaquattrenne David Perrault (al suo secondo film).

Le protagoniste di Savage State
Le protagoniste di Savage State

Protagonista di questa avventura è una famiglia altolocata francese composta da padre, madre e tre figlie (una delle quali è interpretata da Alice Isaaz). Sono dei coloni aristocratici, dei privilegiati con tanto di servitù afroamericana a carico che provano a riproporre negli Stati Uniti i modelli di vita parigini, tra danze, arredamenti e drappi che sembrano ispirati ai quadri di Degas e Manet. Tutto va bene, ma ad un certo punto, senza preavviso, il mondo viola quegli ambienti protetti (bellissima la scena del soldato al ballo, che richiama quella ancor più conturbante di The Square di Ostlund) e la famiglia, impaurita e delusa, sceglie di tornare in Francia, dove potrà provare a ricostruirsi una vita senza l’incombenza di un conflitto e di una violenza a cui i più elitari precettori non hanno preparato le loro figlie.

Sulla diligenza

Il problema è che la situazione è già compromessa nel paese, e la sua pericolosità fa sì che si debba pagare un mercenario armato per far da guardia del corpo (Kevin Janssens) e che la comoda carrozza si trasformi in una ingombrante diligenza stracolma di bagagli: in un attimo, il viaggio verso l’Europa diventa l’attraversamento a ritroso di un mondo regredito allo stato selvaggio (da cui il titolo), ostile e imprevedibile, in cui tutto viene rimesso in discussione e attraverso cui le ragazze matureranno e scopriranno tante cose sulla vita reale, liberandosi dalla bolla patriarcale che le ha cresciute, per ripartire da zero e consapevolmente.

Una scena di Savage State
Una scena di Savage State

Non è il primo western femminile e femminista. Ma se, ad esempio, con il buon The Homesman, Tommy Lee Jones aveva scelto di mostrarci la condizione della donna del west (tra realismo e indignazione), Perrault preferisce lanciarci una provocazione, seppur irrealistica: egli ribalta la storia dei rapporti sociali e ci mostra una fittizia presa del potere delle donne, e per di più lo fa utilizzando uno scenario che è per antonomasia il luogo privilegiato del maschile, cioè il film western. Con Savage State sono le donne a sparare, a comandare bande armate, a contendersi un ragazzo-trofeo, a sopravvivere al caos e, soprattutto, a guidare per mano lo spettatore attraverso la lettura più importante che il film vuole darci rispetto al suo soggetto: la colpevolezza degli uomini (questa volta da intendersi come ‘individui maschili’, non come specie).

Alice Isaaz e Kevin Janssens
Alice Isaaz e Kevin Janssens

La tesi-denuncia è lineare: la guerra civile americana e il mito fondativo del west che in parte ne è conseguito nella narrazione classica, non sarebbero altro che le premesse del grande errore storico di fondare la società umana unicamente sui valori maschili. La forza fisica, l’avida vigliaccheria e una gretta ignoranza (questo sono gli uomini nel film) sarebbero di fatto prevalsi approfittando del disordine e avrebbero stabilito i canoni valoriali su cui il nostro mondo è stato costruito. Un mondo che inevitabilmente rispecchia le fondamenta su cui poggia, le quali sono basate su istinti animali, irrazionali e violenti, a cui il film prova a contrapporre una diversa concezione del potere e delle relazione, fondandola sulla libertà, sull’aperto confronto e sul riconoscimento dell’altro anche dal punto di vista della comprensione emotiva.

Savage State: un western al femminile
Savage State: un western al femminile

E così si capisce anche quella particolare estetica del western che si trova in questo film: una sorta di Medioevo oscuro, a metà tra quello reale dei re taumaturghi che precedette la formazione degli Stati Nazionali, e la nebbiosa Emilia esoterica degli horror del Pupi Avati Anni ’70. Non è una novità il fatto che il western europeo provi il parallelismo tra la sua età pre-moderna e il west, ma questa volta non sembra essere (solo) una questione di ostentata superiorità del Vecchio Continente rispetto al Nuovo, perché questa diviene ulteriore metafora dell’altezza delle doti del femminile confrontate al maschile, per cui gli Stati Uniti e il loro Medioevo-west rappresentano l’uomo e la stoltezza dei suoi orizzonti, mentre la modernità europea e Parigi rispecchiano l’etica della donna e un nuovo mondo possibile (reso possibile anche dal simbolico e ri-fondativo parricidio voodoo sul finale).

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