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Red Rocket | L’American Dream di Sean Baker, Simon Rex e un film meraviglioso

Divertente. Malinconico. Strepitoso. O del perché abbiamo amato una delle pellicole più belle dell’anno

Red Rocket, Simon Rex è Mikey Saber
Red Rocket, Simon Rex è Mikey Saber

ROMA – Può sembrare un tantino inquietante, ma chi scrive utilizza uno strano ma efficace metro di giudizio. Alla fine del film, ci poniamo una domanda: saresti soddisfatto se questo fosse l’ultimo film visto? Ecco, vedendo Red Rocket di Sean Baker – prima in Concorso a Cannes 74, e poi alla Festa del Cinema di Roma 2021, distribuito da A24 in Nord America e da Universal in Italia – la risposta arriva subito, fin dal primo frame, sparato sugli occhi verdi di un pazzesco Simon Rex, alias Mikey Saber. Mikey, in canotta, è sporco, sudato e stanco, mentre fuori dal finestrino dell’autobus scorre veloce l’orizzonte di Texas City. Sta tornando a casa, anche se nessuno lo vuole tra i piedi. Per accompagnare l’immagine, il regista ci piazza – anch’essa sparata, eccessiva – una delle canzoni più iconiche degli inizi Duemila, Bye Bye Bye degli NSYNC. Per Mikey i fasti da (ex) attore hard sono lontani. Le palme di Los Angeles sono solo un ricordo, l’odore acre che esce dalle raffinerie petrolifere ha preso il posto della brezza del Pacifico e la villa in cui viveva è stata soppiantata dalla sudicia casupola dell’ex moglie Lexi (Bree Elrod), che finisce per cedere alla supplica di ospitarlo per qualche giorno. Giusto il tempo di trovare un lavoretto.

red rocket
Casa dolce casa…

Ma, per concezione e propensione, il Mikey di Red Rocket è tutt’altro che fortunato. E allora, in sella di una sgangherata bicicletta, finisce per bivaccare in giro e racimolare qualche soldo spacciando erba, millantando di essere però un grande show-man, uno suitcase pimp leggendario che ha collezionato innumerevoli AVN (gli Oscar del porno). Perché Mikey non è cattivo né meschino. È l’emblema del ragazzo piacione e un po’ tontolone, illuso e contemporaneamente disilluso. Ancora di più, Mikey è uno dei personaggi più belli e puri visti nel cinema contemporaneo. Un personaggio cucito da Sean Baker su immagine e somiglianza di Simon Rex, attore che non ha mai contemplato il cinema di qualità (basta dare uno sguardo alla sua carriera) e che, pensate, ha esordito prima come modello e poi come “interprete” di video hard gay girati a diciannove anni. Si capisce quanto Baker gli sia legato, e per tutto il film non lo molla un attimo. Mikey c’è sempre, e noi con lui.

red rocket
Welcome to Texas City!

Gli vogliamo bene, comprendiamo il suo disgusto verso l’accettazione di una vita miserabile. Come lui vorremmo di più; come lui aspiriamo a quella Felicità messa nero su bianco sulla Costituzione degli Stati Uniti d’America, specchio utilizzato da Baker per esaltarne l’umanità quanto le abbaglianti contraddizioni, acuite negli angoli sperduti degli USA. Prima Tinseltown in Tangerine, poi Kissimee in The Florida Project e adesso Texas City in Red Rocket. E allora per Mikey la felicità potrebbe essere la zuccherosa banchista del negozio di donuts, che guarda caso, si fa chiamare come una pornoattrice, Strawberry (ad interpretarla una folgorazione, Suzanna Son). Ha diciassette anni, ha le labbra rosse e, tra le lentiggini, le spiccano luminosi i suoi occhi azzurro cielo. Lì, in quell’angolo sputato del Sud più radicato degli States, Strawberry è la luce che illumina i sogni di gloria di Mikey, imbambolato e innamorato come fosse un ragazzino. Di più, la ragazza è in Red Rocket il simbolo e la metafora dell’American Dream assoluto, quello che esalta lo stereotipo e l’incanto, la possibilità che attende solo di essere scovata.

Suzanna Son è Strawberry in Red Rocket
Suzanna Son è Strawberry in Red Rocket

Per questo, sotto il cielo rosso e celeste del Texas, dipinto da Baker come sanno fare i registi più bravi, l’unione (letterale) tra Mikey e Strawberry fa esplodere il film in una carrellata di situazione divertenti, dolcissime, malinconiche, assurde. Il piglio costante però è quello della leggerezza poetica, esaltata dall’entusiasmo infantile del protagonista, deciso ormai a cambiare strada, puntando dritto dritto verso la sua Los Angeles, giocandosi l’all-in. Vada come vada. Ci riuscirà? Oppure Strawberry è solo un raggio di sole che abbaglia, facendogli strizzare gli occhi? Insomma, più di ogni altra cosa Red Rocket di Sean Baker (e scritto insieme a Chris Bergoch, ricordiamolo) è un film meraviglioso, uno di quelli che vorresti vedere e rivedere, uno di quelli da voler vivere in prima persona, nonostante Mikey sia l’underdog per antonomasia, l’emblema dello sconfitto. E alla fine, per rispondere alla consueta domanda che tiene il filo del giudizio: sì, se Red Rocket fosse l’ultimo film visto saremmo soddisfatti. Anzi, saremmo felicissimi.

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