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Quel caffè al ritmo di soul prima della rapina: Baby Driver

Il film di Edgar Wright? Un tripudio di pop dove tutto è incastrato alla perfezione

Instant cult, fenomeno, one shot. Insomma, chiamatelo come volete, ma da quella prima scena girata tutta in piano sequenza, sulle graffianti note soul di Harlem Shuffle del duo Bob & Earl, capiamo subito che Baby Driver è un film destinato, a suo modo, a lasciare un segno forte. Così, Edgar Wright, regista intelligente e ad alto tasso cinematografico, spara subito il primo colpo, presentandoci quel Baby con la faccia da schiaffi di Ansel Elgort, occhiali scuri e cuffie sempre nelle orecchie, a volteggiare per le strade di Atlanta, fino alla caffetteria dietro l’angolo dove chiede quattro caffè neri.

Una scena del film.

La camera non stacca mai, lo segue, quasi a fatica, perché Baby è veloce, sincopato, nervoso ma calmo allo stesso tempo. Ha tutto sotto controllo, Baby. Tranne quando fuori dal bar vede passare una ragazza bionda in giacca di jeans, Debora, cameriera dai sogni troppo grandi e belli per un posto come quello. Però, Baby, per le ragazze di tempo non ne ha: c’è da fare un altro colpo commissionato da Doc. Bisogna cominciare a premere l’acceleratore, a scaldare il motore, a pigiar play sull’iPod. Perché, in città, nessuno guida come lui. Nessuno corre come lui.

Ansel Elgort è Baby Driver.

È un tripudio pop, Baby Driver, un giro sulla giostra del cinema che fa dello spettacolo il suo credo, la sua missione, il suo senso. Tutto è incastrato alla perfezione, i dettagli di regia e sceneggiatura sono coesi tra esse. Come se fosse un brano funky ballato in pista, dove ogni movimento dipende da quello precedente, in diretta dipendenza dalla musica. E proprio la musica, così come il montaggio (che ha ottenuto anche una candidatura all’Oscar), è la protagonista delle due ore scarse in cui Baby non spiccica una parola.

Un’immagine del fim.

Non parla Baby, ma ascolta, eccome se ascolta. Corre come nessuno, sincronizzato con le playlist che non smettono di suonare, in una soundtrack semplicemente perfetta: The Beach Boys, T. Rex, i Commoderes, Barry White, Sam & Dave, Beck e ancora Carla Thomas, Young MC, i Blur. Ascolta, guida forte, e registra, per poi remixare, le conversazioni nel quartier generale di Doc, interpretato da Kevin Spacey, con cui ha un debito che pare non finire mai, tenendolo stretto in mano. Perché Doc è cattivo, così come sono cattivi gli altri membri della banda, Pazzo, Buddy, Darling, Griff, interpretati da un pugno d’attori formidabili: Jon Hamm, Jamie Foxx, Jon Bernthal, Eiza Gonzalez.

Lily James in una scena del film.

Colorato, elettrico, cool. Baby e il suo sogno di libertà, per mano a quella cameriera con gli occhi verdi di Lily Collins, in una storia d’amore e di fuga che ricorda tanto i film di una volta. In fondo, Edgar Wright, nella modernità con cui costruisce il film, l’occhio lo tiene al passato, tenendo ben illuminati gli archetipi che hanno fondato il cinema: il gangster, la rapina, l’eroe buono, la pupa dolce ma forte, con cui ripartire verso una strada nuova, una vita nuova. Senza mai abbassare il volume, si intende.

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