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Tra periferia e poesia | Quell’intellettuale di borgata di nome Pier Paolo Pasolini

Monteverde, i film, Roma, le profezie, il reale e il passato: Enzo De Camillis spiega cosa rimane di Pasolini

Pier Paolo Pasolini in un ritratto degli anni Settanta.

ROMA – «Il cinema non è nient’altro che la realtà». Sta forse tutta qui l’eredità lasciata da Pier Paolo Pasolini, una sintesi del pensiero che dice tutto di un artista che, come pochi, seppe cogliere la complessità del reale. Un paio di anni fa un libro gli ha reso omaggio, un volume firmato da Enzo De Camillis, scenografo e regista che ha curato Pier Paolo Pasolini Io so…, una raccolta di testimonianze – tra cui quelle di Pupi Avati, Gianni Borgna, Ugo Gregoretti e Stefano Rodotà, già in un documentario – che si ispira al celebre articolo che Pasolini scrisse nel 1974 per Il Corriere della Sera. Quel “Io so” che si riferiva ai mandanti delle stragi di Milano e Brescia e all’intera classe politica, forse il più potente atto d’accusa mai lanciato da un intellettuale nella storia del nostro Paese. Ne abbiamo parlato con lo stesso De Camillis.

Pasolini con Anna Magnani sul set di Mamma Roma.

PASOLINI IERI E OGGI – «Ma stiamo facendo davvero il possibile per ricordare Pasolini? No, non credo. I temi che lui ha trattato e che noi riproponiamo sono talmente ampi che non solo coprono il suo periodo storico, ovvero gli anni ’50 e ’60, ma sono riportati ai giorni nostri. E diventano più forti di come lui li aveva raccontati e descritti. Ecco perché sarebbe essenziale riuscire a portare questo lavoro nelle scuole. I giovani devono sapere quello che è successo prima per affrontare la loro realtà. Al momento però è difficilissimo».

Pier Paolo Pasolini in una borgata romana negli anni ’50

IO E PASOLINI – «Sono nato a Monteverde, zona di Roma dove Pasolini ha vissuto. Non l’ho conosciuto, ma il primo film che ho fatto nel 1977, l’ho fatto con uno scenografo come Dante Ferretti che aveva lavorato con lui, quindi è stato sempre presente, sia professionalmente che nel quartiere dove sono nato, che non era come lo conosciamo oggi. Dove c’è il mercato a San Giovanni di Dio c’erano le baracche e dietro c’erano i campetti dove i ragazzini giocavano a pallone con Pier Paolo. In quello spazio e in quel quartiere c’era un’atmosfera molto viva, ci viveva la famiglia Bertolucci, per dire, ma c’era anche la malavita: non lontano nacquero i NAR di Francesca Mambro».

Pier Paolo Pasolini, il gazometro e uno scorcio delle periferia romana degli anni ’50.

DOCUMENTARIO E LIBRO – «Nel 2011 fui chiamato dal municipio per dirigere un documentario su Pasolini che poi divenne Un intellettuale in borgata. Il primo girato era di 2 ore e 40, frutto di grandi ricerche fatte per raccogliere e studiare il materiale. Ho voluto raccontare gli anni vissuti a Monteverde, i suoi pensieri, i primi anni della sua storia, della sua attività intellettuale come poeta e come cineasta e rappresentare uno spaccato della sua vita con le contraddizioni culturali e sociali, in una città in evoluzione, ma ancora radicata in un mondo popolare non emancipato. Ho voluto rappresentare la sua ricerca continua come poeta sull’onestà culturale delle borgate».

Leo Gullotta assieme all’autore del libro, Enzo De Camillis

IO SO – «Mi sono chiesto come fosse possibile che un uomo del Nord, uno straniero, fosse così sensibilizzato ed essere stimolato a scrivere su una realtà distante dalla sua come Roma. Decisi allora di mettere come ossature del film la lettera di Pasolini scritta per il Corriere della Sera e chiamai Leo Gullotta, che nel documentario legge per intero l’editoriale. Leo mi disse “Mi piace il tuo progetto e collaboro perché credo nel pensiero di Pasolini“. Con quell’articolo purtroppo Pier Paolo ha segnato il suo destino, non ci sono dubbi. Oggi dovremmo avere più coraggio ed essere come lui. Sì, è vero, si rischia tanto, anche di non lavorare più, ma è sempre meglio raccontarle le cose…».

  • SOUNDTRACK | Tra Pasolini e Totò? Una canzone.
  • LA CLIP | Pasolini, l’ultima intervista:

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