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L’Opinione | Tra epica e alieni: la paura di Captive State è più reale che mai

Il film di Rupert Wyatt parla di un futuro distopico e (forse) impossibile. Eppure, incredibilmente vero

ROMA – Le storie sci-fi che meglio funzionano, sono quelle che in fondo parlando della realtà. Lo avevano capito Philip K. Dick e Ray Bradbury, e ancora prima Isaac Asimov. E, allora, come aveva fatto nel bello e sottovalutato L’Alba del Pianeta delle Scimmie (e in generale tutta la trilogia è tra le meno citate, nonostante sia di assoluta fattura), il britannico Rupert Wyatt torna a parlare una lingua distopica, portandoci – camera a mano, irrazionale e convulsa – nel bel mezzo di una dittatura aliena.

Una suggestiva scena di Captive State.

Ma, ogni dittatura, dice Wyatt, ha sotto un moto partigiano – quasi carbonaro – che la combatte e la sfida, che lotta per la libertà e la democrazia. Dunque, Captive State – prodotto da Participant Media e distribuito in Italia grazie ad Adler – , planando in un 2025 dominato da spaventosi esseri venuti dallo spazio dieci anni prima, si scaglia con un’asciutta fermezza verso una società fatta di controllo, di sorveglianza, di paura.

John Goodman e Ashton Sanders

E lo fa attraverso la storia di William Mullingan (Jon Goodman), detective di una devastata Chicago, che indaga su di un gruppo di ribelli, di cui fa parte Rafe (Jonathan Majors), creduto morto da suo fratello Gabriel (Ashton Sanders), che non ha mai smesso di cercarlo. In mezzo, c’è proprio il piano dei rivoltosi, intenti a far scoppiare una necessaria guerra contro l’invasore venuto dalle stelle.

Il Soldier Field di Chicago visto dalla prospettiva degli Alieni.

E, soprattutto, a far aprire gli occhi al popolo, offuscato da un’idea di pace che, invece, è solo un freddo e spietato sfruttamento. Allora, un po’ brano epico – sparsi qua e là ci sono diversi riferimenti all’Iliade e all’Eneide –, un po’ traccia elettronica – ed straordinaria la soundtrack di Rob Simonsen, capace di dare cuore e vita alla messa in scena –, con distacco e freddezza Wyatt giocando con il tempo e, di pari passo con la ribellione, fa esplodere il film.

Come fosse un risveglio di coscienza, quando l’esercito segreto della Fenice mette in atto il piano, Captive State accelera e mette la sfera sul piano inclinato della tensione. Tutto cresce, tutto diventa più pericoloso. E, anche la pellicola, liberandosi di un simbolico controllo, mostra di più allo spettatore, curioso di capire chi sia quel Cavallo di Troia, pronto a soverchiare la supremazia della Legislatura Aliena. «Temo i Dànai anche quando portano doni», ripetono gli umani. Perché, l’ultima chance rimasta, nel fondo della disperazione, è combattere, unire le forze. Sacrificarsi e resistere.

John Goodman

Se, in Captive State, c’è l’epica di Virgilio e di Omero, Wyatt ci piazza anche le similitudini con la storia: dalla Resistenza Francese durante la Seconda Guerra Mondiale, al parallelo con la Germania del Terzo Reich, fino ai movimenti di rivolta nella Guerra di Indipendenza americana. Quindi, tra èpos e fatti, in un turbine di cinema a metà tra Hollywood e lo sperimentale, l’universo di Captive State assomiglia pericolosamente al nostro. Senza alieni atterrati dal cielo, eppure con un terrore venuto da vicino.

Qui potete vedere il backstage di Captive State:

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