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Il passato che scappa e il futuro che arriva: la dolce malinconia estiva di Stand By Me

La consapevolezza, le responsabilità, la crescita e quell’avventura chiamata vita nel cult Anni Ottanta

E se Stand By Me fosse un film sul futuro che arriva? Se non pensassimo più a quegli addii inconsapevoli con la nostalgia canaglia dei nostri giorni migliori e con il mal di pancia lancinante di chi teme che il meglio sia stato già vissuto? Difficile, non c’è dubbio. Perché quei due giorni che valgono un’estate intera trascorsi da Gordie, Chris, Teddy e Vern, tra corse disperate per non finire sotto un treno, racconti goliardici, sanguisughe e ritrovamenti di cadaveri possiedono la brutalità del momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la violenta presa di consapevolezza che crescere significa avvicinarsi alle responsabilità, alle perdite, ai dolori. Ma diventare grandi è una conquista, un punto d’arrivo e un punto di partenza, un crocevia esaltante che non si può dimenticare perché irripetibile. E ognuno di noi ha vissuto quegli stessi istanti: quelli dove il centro del mondo siamo noi e gli amici che abbiamo intorno, dove tutto ciò che accade da un’altra parte non conta, perché ciò vale è soltanto essere lì per vivere l’avventura. Insieme a loro.

I quattro giovani protagonisti di Stand by Me.

Continuiamo a portarceli dietro quei giorni e sappiamo che non riusciremo a farli andar via: per questo rivedere Stand By Me richiede sempre un inevitabile resoconto di noi stessi e del nostro percorso. Significa tornare agli attimi della giovinezza che si sono voluti rendere memorabili, quelli da cui partirà il confronto tra le aspettative e quello che siamo diventati. E per Gordie Lachance, diventato scrittore, tornare indietro con la memoria vuol dire arrivare alla conclusione che la vita divide e non riunisce, nonostante non abbia avuto più amici come quelli che aveva a dodici anni. Loro saranno fantasmi che riemergeranno nella solitudine. Nella dolce, impietosa malinconia.

River Phoenix e Will Wheaton in Stand by Me.

Adattamento del racconto Il corpo di Stephen King (incluso nell’antologia Stagioni diverse), il film di Rob Reiner è un sontuoso romanzo di formazione, una macabra caccia al tesoro, un affettuoso canto all’amicizia di gruppo, istantanea ed eterna, personale e condivisa. Ovviamente, è anche il ritratto di un’America di provincia di fine anni Cinquanta da cui è necessario fuggire il prima possibile per aprire gli orizzonti mentali e intellettuali: non è un caso che per i giovani protagonisti siano stati sufficienti “solo due giorni” di lontananza perché la città dell’Oregon gli sembrasse diversa. Più piccola.

Una scena del film.

Trentadue anni dopo la sua uscita, Stand By Me – Ricordo di un’estate è ormai un classico del cinema, che ha però portato fortune diverse agli attori coinvolti: le carriere di Will Wheaton e Corey Feldman si alternano a tribolate vicende personali, quella di River Phoenix si è drammaticamente fermata nel 1993 a causa di un’overdose di speedball. Miglior sorte per Jerry O’Connell, all’epoca in evidente sovrappeso: sex symbol con un notevole curriculum di ex fidanzate, si divide tra apparizioni in serie tv e frivole commedie americane. C’erano anche Kiefer Sutherland e John Cusack, ventenni. C’era – e rimarrà sempre intatto – il brano capolavoro omonimo di Ben E. King.

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