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Aspettando l’Oscar | Taxi Driver e quell’incredibile abbaglio dell’Academy

Scorsese, De Niro, un capolavoro mai invecchiato e la notte del 28 marzo 1977. Quando vinse Rocky

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Martin Scorsese e Robert De Niro sul set di Taxi Driver. New York, 1976.

MILANO – Il red carpet, i flash, i volti sorridenti, acconciature e celebrità: la notte degli Oscar è ogni anno una delle cerimonie più attese da giornali, tv e spettatori di tutto il mondo, nulla da dire. Che dire però degli illustri esclusi che ogni edizione l’Academy miete inesorabilmente, andando a rimpolpare una lunga lista di capolavori in seguito celebrati dal tempo? Un esempio? Taxi Driver di Martin Scorsese, che fa parte della categoria dei perdenti di lusso, un cult che la notte del 28 marzo 1977, al Dorothy Chandler Pavilion, venne clamorosamente snobbato nonostante la Palma d’oro vinta a Cannes l’anno prima e le quattro nomination ottenute, che erano anche poche: Scorsese fu infatti lasciato fuori, mentre tra i registi candidati c’erano Lina Wertmüller e Ingmar Bergman.

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«Fidati Martin, so guidare». De Niro e Scorsese sul set di Taxi Driver.

Il fiasco fu di proporzioni clamorose (De Niro non si presentò neppure in sala quella sera) eppure Taxi Driver – soprattutto quarant’anni dopo – avrebbe meritato almeno sette Oscar tanto che oggi risulta ancora di incredibile attualità (soprattutto) per uno spettatore contemporaneo. Il tema dell’alienazione dell’individuo davanti a se stesso, e ancor di più dinanzi ad una società divorata dal consumismo, dai mass media e dalla globalizzazione, sono di evidente matrice camusiana – autore a cui lo sceneggiatore Paul Schrader dichiarò di essersi ispirato per il ruolo del tassista Travis Bickle. Facile infatti individuare delle analogie tra il personaggio interpretato da De Niro e Mersault, l’apatico protagonista de Lo straniero di Camus.

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«Ma dici a me? Dici a me?». De Niro e la scena dello specchio.

Ma chi è Travis Bickle? Un ventiseienne sociopatico, reduce dal Vietnam, che trascorre le giornate bighellonando per la città, mentre di notte lavora come tassista guidando per New York. L’estraniazione nei confronti della realtà contingente instilla nella sua personalità deviata il desiderio di ripulire la città da per salvare una ragazza, Cybill Shepherd: «Guadagno trecento, trecentocinquanta alla settimana, certe volte anche di più, quando faccio senza tassametro. Vengono fuori gli animali più strani, la notte: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l’altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre».

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De Niro con Cybill Shepherd in un altro momento di Taxi Driver.

Un’incessante ricerca del capro espiatorio, unita al cocente odio per i politici e la casta – altro tema incredibilmente attuale – fanno di Travis l’uomo contemporaneo, attanagliato da entità superiori e imbrigliato nel nulla di una città che lo fagocita come un granello di sabbia all’interno di un enorme ingranaggio. Inizierà un lungo percorso di deterioramento psichico, il cui emblema è il monologo allo specchio con Travis che imbraccia la pistola rivolgendosi alla propria immagine riflessa, monologo poi ripreso da Spike Lee ne La 25a ora. «Ma dici a me? Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me?». Agli Oscar Peter Finch (per Quinto potere) sconfisse De Niro e l’Oscar come miglior film quell’anno se lo portò a casa Rocky con il pugile Stallone ad alzare le braccia al cielo. Non fu un caso: in fondo era una favola americana decisamente più rassicurante dell’abisso di Taxi Driver.

  • Qui sotto, l’annuncio dei candidati di Jack Nicholson e la vittoria di Rocky:

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