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Matteo Garrone: «Io, l’Oscar, Pinocchio, il rapporto con Sorrentino e gli occhi di Dogman»

Il regista si racconta a Antonio Scurati al Milano Film Festival. E rivela aneddoti e segreti del suo cinema

Matteo Garrone in un singolare scatto di Stefano Baroni.

MILANO – Non solo schermi e proiezioni, ma anche occasione di incontro e confronto tra registi, giornalisti e appassionati, come il nostro Hot Corn Social Club. Il Milano Film Festival è visione ma anche incontro ed è in questo contesto che si sono incontrati sul palco dell’Oberdan due top player dell’industria culturale italiana, ovvero Matteo Garrone – appena scelto con Dogman quale rappresentante dell’Italia alla prossima notte degli Oscar – e Antonio Scurati, autore del romanzo su Benito Mussolini, M. Il figlio del secolo, attualmente in vetta alle classifiche di vendita e a breve anche una serie. Letteratura e cinema in dialogo quindi, con lo scrittore che fa il presentatore curioso, usando tutta la sua sensibilità di osservatore per provare a scovare il segreto di un autore che con i suoi film riesce a mostrare mondi e storie spesso sull’orlo del terribile.

Matteo Garrone in azione sul set.

IL CASO «Ho iniziato con il cinema per caso: un giorno il compagno di mia madre mi regalò della pellicola che aveva avanzato e io la misi in frigorifero. Ogni volta che aprivo il frigorifero la vedevo lì, ferma, e un giorno ho deciso di usarla. Ero rimasto affascinato da alcune prostitute nigeriane in una strada fuori Roma frequentata da pensionati in bicicletta e pastori: stavano lì con le loro tutine colorate come se arrivassero da un film di fantascienza. Mi sembrava una bella immagine da cui partire. Nacque così Terra di mezzo».

AH, IMPROVVISARE «Proprio durante le riprese di Terra di mezzo a un certo punto mentre giravamo – tanto per farvi capire con chi si trovano a lavorare i miei colleghi della troupe – un pastore passò nell’inquadratura con le sue pecore e io decisi immediatamente di seguirlo con la camera. L’improvvisazione e l’inaspettato sono sempre stati aspetti molto importanti nel mio cinema, soprattutto all’inizio, quando le sceneggiature non erano altro che foglietti di appunti infilati in tasca con poche frasi qua e là…».

A MIA INSAPUTA «In realtà ho sempre voluto girare commedie, ma alla fine delle riprese, ogni volta mi sono reso conto di essere un regista drammatico-a-sua-insaputa. I miei primi film sono senza dubbio più liberi, l’improvvisazione e l’istinto la facevano da padroni, anzi, forse erano ciò che davvero in quei film c’era di valido. Sono sempre scappato dai film-sociali e costruiti a tesi, io vengo dalla pittura, ed è l’immagine ad avvicinarmi al cinema».

Un frame di Estate Romana, girato nel 2000.

L’IMMAGINE «Immagini, immagini, immagini che diventano poi sequenze in modo naturale e sequenze che, quasi come dei piccoli pezzi di un mosaico, vanno poi a formare il film, senza che io abbia il potere di decidere prima che tipo di film debba essere. Anche perché ripensandoci ora, il risultato, alla fine, è solo la somma delle sensazioni provocate da ogni singola sequenza».

Un giovane Garrone nel 2004, ai tempi di Primo amore.

LA SVOLTA «Da L’imbalsamatore in poi il mio lavoro di preparazione e di stesura della sceneggiatura si fa più complicato. La sceneggiatura è la parte più faticosa di un film, perché senza aver davanti le immagini, gli attori e le sensazioni, non è facile immaginarsi come le cose dovrebbero proseguire. Per questo con i miei autori lasciamo sempre le maglie dello scritto larghe: vogliamo essere liberi, non solo di cambiare la battuta singola durante la ripresa, ma anche di modificare l’andamento dell’intreccio».

Una scena de L’imbalsamatore.

GLI ATTORI «Ho imparato a capire cosa fosse un provino per scegliere gli attori al mio nono film. Il fatto che io abbia lavorato spesso con attori non professionisti o semi-professionisti non è una caso, perché sono meno affetti da quel narcisismo che spesso è presente nei professionisti. Forse per ingenuità, forse per genuinità, ma loro non pensano a fare bene la scena, ma si lasciano trasportare dagli eventi e aggiungono qualcosa di umano ai personaggi. E questo mi permette di entrare meglio in contatto con il protagonista e capire come reagirà agli eventi, o come potrà modificarli».

Aniello Arena in una scena di Reality.

IL MIO MARCELLO «Per Dogman avevo pensato ad Elio Germano, ma quando ho visto Marcello Fonte subito ho notato qualcosa nei suoi occhi. Un’umanità profonda che nessun attore mi poteva dare. Fu poi lo stesso Elio a dirmi che nessuno al mondo sarebbe stato meglio di Marcello per quella parte. E infatti la sua interpretazione e la sua involontaria comicità mi hanno permesso di risolvere alcune criticità che vedevo nella fase finale del film, che avevo nel cassetto da dodici anni ma non avevo mai girato. A me non interessava fare un revenge movie, a me interessava il conflitto dell’uomo. E solo Marcello me lo poteva dare».

A Cannes, lo scorso maggio, con Marcello Fonte.

IL RACCONTO DEI RACCONTI «L’esperienza de Il Racconto dei Racconti mi ha fatto capire quali sono gli errori che non devo commettere. Quel film mi è servito per migliorare la mia organizzazione sul set e fuori. Del resto sono un autodidatta, quindi ogni lavoro per me è un’occasione per imparare qualcosa. Alcune scelte non le rifarei: avevo sempre avuto a che fare con attori sconosciuti e mi sono messo a lavorare con delle star con jet privati e cagnolini al seguito, avevo sempre girato in italiano e in quell’occasione invece ho scelto l’inglese. E poi sono sempre voluto stare personalmente dietro la macchina da presa perché, soprattutto con la camera a mano, voglio essere libero di seguire il mio attore, di farmi trasportare da dettagli che magari un semplice operatore non segue perché ha paura di sbagliare».

Con Salma Hayek e Vincent Cassel a Cannes nel 2015 per Il Racconto dei Racconti.

PINOCCHIO «Lo so che c’è tanta attesa per il mio Pinocchio, ma credo di essere pronto perché l’esperienza di film più strutturati mia ha fatto capire che mi piace essere libero di seguire l’istinto nel mio lavoro: con Pinocchio quindi tornerò nei miei luoghi preferiti, come ho già fatto con Dogman, girerò in lingua italiana e sarò personalmente dietro la camera…».

L’OSCAR  «Sono orgoglioso di essere stato scelto come rappresentante italiano agli Oscar, soprattutto per un film che ho fatto quasi per caso, perché avevo dieci mesi liberi prima di iniziare a lavorare su Pinocchio. Sull’esito non mi esprimo, ma vi racconto un aneddoto legato agli Oscar: quando vivevo a piazza Vittorio a Roma – casa che adesso ho lasciato alla madre di mia figlia – ad un certo punto Sorrentino venne ad abitare nell’attico del mio palazzo. Il nostro non è mai stato un buon rapporto, ma non c’è un motivo: due registi egocentrici come noi forse non possono che guardarsi in cagnesco quando si incontrano…».

Garrone con Paolo Sorrentino e Nanni Moretti nel 2015.

IO & SORRENTINO «In quel periodo vedevo sempre Sorrentino salire e scendere con l’ascensore e in quei pochi secondi ci guardavamo con se fossimo a duello in un film western. Bene, mancavano pochi giorni alla Notte degli Oscar ed entrambi sapevamo che La grande bellezza avrebbe vinto, quindi cercavo in tutti i modi di non incontrarlo. Un giorno di fronte all’ascensore vidi una bella ragazza che aspettava, decisi di salire con lei e, finalmente calmo, le parlai notando cosa aveva in mano. Solo allora che mi accorsi che la stavo accompagnando a portare lo smoking a Sorrentino per la grande notte. Andai a casa sentendomi in una sceneggiatura di Ernst Lubitsch…».

Matteo Garrone: «Il mio Dogman, tra Pinocchio, Caravaggio e Benigni»

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