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Matteo Garrone: «Il mio Dogman, creatura feroce tra Pinocchio, Caravaggio e Benigni»

Umanità, violenza, poesia e la Palma d’oro a Marcello Forte: il regista racconta la genesi del suo film

Alida Baldari Calabria, Marcello Fonte, Matteo Garrone e Edoardo Pesce a Cannes. Foto Shutterstock.

CANNES – Degrado, meschinità, periferie, umanità tradita e molto altro: Dogman di Matteo Garrone, già in sala dopo l’applaudito passaggio qui a Cannes, ruota attorno a tutto questo, ma non solo. Liberamente ispirato alla vicenda di cronaca del Canaro della Magliana – quartiere romano dove il protagonista negli anni Ottanta uccise un ex pugile con violenza inaudita – il film, costruito sul dualismo tra i bravissimi Marcello Fonte – Palma d’oro per la miglior interpretazione – e Edoardo Pesce, parte da quell’omicidio per poi sfumare nella versione di Garrone che, qui sulla Croisette, rivela la genesi di un progetto lungo tredici anni con il mancato (e clamoroso) coinvolgimento di Roberto Benigni.

Garrone con Marcello Fonte a Cannes, alla fine della proiezione.

LA NASCITA DI DOGMAN «Quando ho letto il libro Fattacci di Vincenzo Cerami, tredici anni fa, ho scritto la prima stesura della sceneggiatura. Si chiamava L’amico dell’uomo. Era il 2005 e la portai a Benigni – perché già da allora volevo per il protagonista alcuni tratti comici – che però non lo volle fare. La mia idea? Mantenere un doppio registro, un collegamento con certi personaggi del muto come Buster Keaton. Da allora però sono state scritte molte versioni del copione perché io cambiavo mentre cambiavano loro.  Chi si aspetta di trovare in Dogman tutta la parte di tortura più splatter e sanguinolenta rimarrà deluso, perché metto in scena un tipo di violenza più psicologica».

Il negozio del protagonista, Marcello.

IL PROTAGONISTA «Il personaggio di Marcello (interpretato da Marcello Fonte, nda) rimane umano fino alla fine, ma non volevo fosse riproposta l’idea del buono che si trasforma in mostro, già vista in Cane di paglia o Un borghese piccolo piccolo. Così ho trovato una strada meno battuta, più vicina a me. Marcello non segue mai scelte lineari, ha una personalità scissa, è affascinato e allo stesso tempo teme Simoncino (Edoardo Pesce, nda). Marcello racchiude una fisicità che rimanda ad un’età antica, in via d’estinzione: vorrebbe un rapporto pacifico con tutti, per via della sua indole buona. Ma poi scatta il conflitto».

Edoardo Pesce e Marcello Fonte, le due facce di Dogman.

IL FINALE «Lo abbiamo trovato, gradualmente. Nella sceneggiatura c’erano residui del fatto di cronaca, poi spariti. Gli attori sono riusciti a ricreare dinamiche a tratti anche comiche, come Marcello nel rapporto con i cani, dal massaggio alla gara di tolettatura. Tutto ciò gli dona luce e leggerezza nella prima parte della storia, per contrastare il baratro in cui entra poi, quando i toni diventano scuri. È l’umanità di Marcello che permette allo spettatore di vivere in soggettiva la storia con un lieto fine amaro che mette in scena l’eterna lotta del debole contro il forte».

Alida Baldari Calabria e Fonte in un’altra scena di Dogman.

LA LOCATION «Volevo un luogo, un villaggio di frontiera, che richiamasse le atmosfere western dove però il rapporto con la comunità rimanesse cruciale, come una metafora della società contemporanea e della violenza. Proprio qui il protagonista è prima benvoluto e poi emarginato, allora cerca un riscatto. I luoghi sono gli stessi de L’imbalsamatore e Gomorra, il villaggio Coppola di Castel Volturno (in provincia di Caserta, nda) dove mi sento a casa. Il villaggio è una metafora universale della società di oggi».

Il luogo in cui si svolgono i fatti di Dogman.

LA FOTOGRAFIA «Strizza l’occhio a Hopper in maniera quasi incidentale, anche se la mia formazione pittorica esce con il Caravaggio che è in me. Come nei film precedenti cerco un approccio realistico, ma anche un’astrazione con un’attenzione sui colori e sulle atmosfere senza cadere nei compiacimenti stilistici. Non ho voluto far sentire la bellezza dell’inquadratura e del movimento di macchina, sono sempre stati messi a servizio del film. Ho cercato una fotografia bella ma non patinata, resa possibile dall’intera ricostruzione di alcuni ambienti, come la toeletta per cani o il compro oro».

I cani, gli unici testimoni del misfatto.

PINOCCHIO «Dopo Reality e Il Racconto dei Racconti, spero che Dogman confermi il mio desiderio di cambiare spesso genere. Questa volta mi sono concentrato su qualcosa di più piccolo, anche se veramente mi è sembrata un’epopea lunghissima. Il riferimento a Pinocchio, personaggio che amo molto, resta comunque presente in tutti i miei altri lavori nell’attesa di realizzare il vero Pinocchio, un’avventura che si sta trasformando in un film impossibile. Un’idea che per adesso però resta ancora in piedi».

Qui, una clip di Dogman, mentre su CHILI potete scoprire la filmografia di Matteo Garrone:

 

 

 

 

 

 

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