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Io & il cinema | Jerry Calà: «Woody Allen, Marco Ferreri e i miei miti anni Ottanta»

Da Verona a Manhattan, tra Bud Spencer, Marco Risi e Gene Wilder: l’attore racconta la sua carriera

Da Woody Allen a Don Johnson: le molte vite di Jerry Calà.

MILANO – Unico punto in comune tra Woody Allen e Marco Ferreri, simbolo degli anni Ottanta e di un’altra Italia, un uomo capace di stare al fianco tanto di Bud Spencer che di Don Johnson, di girare Yuppies e poi Diario di un vizio: più che un semplice attore, Jerry Calà rimane un fenomeno più unico che raro del cinema italiano, un’anomalia totale che negli anni d’oro fu in grado di tenere testa ai blockbuster americani a colpi di incasso: «Un esempio? I fichissimi, che girai nel 1981. A me e Diego (Abatantuono, nda) diedero due pagnotte come paga, ma il film a fine stagione incassò oltre 9 miliardi di lire. Pazzesco. Era costato solo 450 milioni, un rapporto spesa-incasso che oggi ha solo Zalone, probabilmente». 

Jerry Calà sul set del suo ultimo film, Odissea nell’ospizio.

Dal debutto con Arrivano i gatti fino all’ultimo film, Odissea nell’ospizio, che vedremo in autunno su CHILI. Da dove partiamo? Da quella foto con Woody Allen?

«Sì, ci sto. Siamo nel 1980: Woody Allen era il mito mio e dei Gatti di Vicolo Miracoli. Umberto (Smaila, nda) un giorno decise di scrivergli una lettera, aveva trovato l’indirizzo del produttore e gliela spedì. Lo prendemmo in giro per dieci giorni fino a quando, due settimane dopo, a Verona arriva una lettera dall’America. Era lui. Ci invitò a Manhattan, lo incontrammo con Jack Rollins, il suo storico produttore, al Michael’ s Pub, dove il lunedì Woody suonava il clarinetto. Riuscimmo a farci una fotografia con lui nel bagno del locale, grazie a un fotografo italiano di Penthouse che ci fece un favore. Allen fu molto gentile, ci diede anche una commedia da portare a Spoleto, ma poi si misero di mezzo e non fu possibile. Ci diede però i diritti della commedia, God, per un dollaro».

Con Woody Allen, da Manhattan a TV Sorrisi e Canzoni: aprile 1980.

E oggi? Le piace ancora Allen?

«Credo sia uno dei registi più grandi di sempre, un autore molto più europeo che americano. Mi piace molto quello che ha fatto da regista, soprattutto i thriller. Penso a Misterioso omicidio a Manhattan, Crimini e misfatti, oppure quello dei due fratelli, come si chiamava? Sogni e delitti. E poi c’è Match Point, un capolavoro assoluto. Ogni volta che lo rivedi ci trovi sempre qualcosa».

Woody Allen sul set di Match Point con Scarlett Johansson.

Di lei si citano sempre gli anni Ottanta, da Yuppies a Vacanze di Natale. Nel 1992 però portò a Berlino Diario di un vizio con un autore come Marco Ferreri…

«Di cui conservo un ricordo bellissimo. Fu incredibile scoprire come un grande maestro di cinema fosse una persona tanto semplice, molto umile, autoironica. Una volta eravamo sul set da soli io e lui. Mi guardò e e mi disse: “Vedi Jerry, se io adesso faccio passare da qui un nano, i critici mi scrivono quattro libri. Invece sono solo uno che ha fatto passare un nano, mica volevo dire nulla”. La cosa che però mi impressionò di più di lui accadde un giorno mentre giravamo una scena: inizio a recitare e lui, dopo aver dato azione, chiude gli occhi. Non guarda».

1993: in Diario di un vizio di Marco Ferreri.

Non guardava la scena?

«No. Poi andava dal direttore della fotografia e chiedeva a lui se era buona. Così mi avvicinai e gli dissi: “Maestro, ma non mi ha visto?”. “No Jerry, ma ti ho sentito”. Diario di un vizio fu il penultimo film che girò, poi chiuse con Nitrato d’argento. Avevamo un altro film in cantiere: gli avevo raccontato una storia assurda che mi era successa a Cuba ed era impazzito, voleva girarla. Dopo aver girato il film siamo rimasti molto amici, andavo a casa sua, mi cucinava piatti di pesce enormi. Un burbero affettuoso, mi voleva un gran bene e mi difendeva sempre davanti ai critici. Ripeteva spesso che gli attori comici sono i più grandi attori drammatici che esistano. E concludeva: “Un attore drammatico fa ridere solo involontariamente”. Aveva ragione».

Jerry e i Gatti: Ninì Salerno, Franco Oppini e Umberto Smaila.

Qual è il film preferito tra quelli che ha girato?

«Un ragazzo e una ragazza di Marco Risi. Era il 1984. Con Marco abbiamo fatto un percorso particolare: fu lui il primo regista a vedere in me non solo una maschera comica, ma anche una verve malinconica, che già si vedeva nella scena finale di Un sapore di mare, per chi se la ricorda. Un ragazzo e una ragazza (lo trovate su CHILI qui) era una bellissima storia d’amore che attraversava gli anni di piombo, grande sceneggiatura di Scarpelli e quella canzone di Lucio Dalla sui titoli di testa».

E il film preferito? Quello che ha rivisto di più?

«Amarcord di Federico Fellini. Un capolavoro assoluto, film d’autore e commedia, forse la cosa più popolare e accessibile di Fellini. Non riesco a contare le volte che l’ho visto. La mia colonna sonora del cuore? Qui dico Un uomo da marciapiede e, a pari merito, metto però anche Il laureato di Simon & Garfunkel. Che musica, con l’apertura di The Sound of Silence sui titoli di testa».

Se le dico Bomber invece? Cosa ricorda?

«Siamo nel 1982 e sono già molto quotato perché vengo da I fichissimi. Mi dicono subito che non avrei avuto il nome in cima al poster, ma sotto. Mi sconsigliarono di farlo, io non ascoltai nessuno: Bud era da sempre un mio mito e andai di corsa a Tirrenia per girare con lui. Che uomo. Mi insegnò l’ABC del cinema. Sul set mi muovevo molto, troppo. Lui, che pensava già in funzione di come avrebbero visto la scena al cinema, mi disse: “Jerry, ogni movimento è un sussulto”. Lui poi sul set ci vedeva poco, ogni volta mi chiedeva di toccarlo con la mano quando doveva partire. Bomber fu un successone, qualcuno disse che potevamo essere una nuova coppia, ma non lo vidi più».

A Tirrenia con Bud Spencer sul set di Bomber. Siamo nel 1982.

Dovesse consigliare un film da vedere oggi?

«Qualsiasi cosa con Gene Wilder. Un mito vero, un attore enorme che però è stato accantonato troppo presto dopo la morte. Fateci caso: non viene citato spesso, anzi, mai. Rivedetevi La signora in rosso, con Gene Wilder, uno dei pochi esempi in cui hanno migliorato un film. Era il remake di un film francese, Certi piccolissimi peccati, ma Gene Wilder era di un’altra categoria».

1984: Gene Wilder tra Gilda Radner e Kelly LeBrock ne La signora in rosso.

Lei ha girato anche a fianco di un altro mito anni Ottanta: Don Johnson. 

«Mito assoluto, Miami Vice per noi era un riferimento. Lo ho chiamato per Torno a vivere da solo, il mio film da regista che ho girato nel 2008, e devo dire che vederlo sul set è stato una grande emozione. Un signore, per niente divo. A inizio riprese vede che sono emozionato, mi prende da parte e mi dice: “Jerry, you’re the director”. Mi rassicurò e sul set fu gentile e sempre puntuale. Non accade sempre nemmeno con gli attori italiani, che magari ti riprendono a voce alta sul set».

Don Johnson in una scena di Torno a vivere da solo.

Oggi se le capita di vedere un suo film in televisione che fa?

«Me li riguardo. Non sono come quelli che dicono che non vogliono più rivedersi. Mi riguardo e cerco di essere critico. Poi magari vado sui social per vedere cosa dice la gente e mi stupisco dell’affetto che trovo. Ci sono sempre complimenti o rimpianti per gli anni Ottanta. Uso spesso Facebook e Instagram, Twitter meno perché ci sono troppi haters».

Al cinema continua ad andarci? Ultimo film visto?

«Sempre. Appena posso. Ho visto The Mule di Clint Eastwood, grande film, molto divertente. Eastwood mi piace perché non è politicamente corretto, se ne frega di tutto e tutti. E ha ragione».

  • Da Diario di un vizio a Yuppies: rivedete i film di Jerry Calà su CHILI

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