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Il Processo ai Chicago 7 e del perché Aaron Sorkin ha girato un film imperdibile

Libertà, politica, ingiustizia per un’altra oscura storia americana. In sala dal 30 settembre, poi su Netflix

Il banner de Il Processo ai Chicago 7
Il banner de Il Processo ai Chicago 7

ROMA – Aaron Sorkin c’è riuscito, di nuovo, a raccontare una pagina della storia degli Stati Uniti d’America mettendo al centro della scrittura i fatti, i protagonisti e la rispettiva cornice. Lo aveva già fatto incredibilmente bene con le sceneggiature di The Social Network e di Steve Jobs, e lo rifà, facendoci balzare dalla poltrona (di casa) a fine film, con Il Processo ai Chicago 7, al cinema dal 30 settembre e poi su Netflix dal 16 ottobre. Non avevamo dubbi che Sorkin fosse un fuoriclasse in fatto di scrittura, ma che fosse (anche) un grande regista, dopo il controverso risultato di Molly’s Game, non era scontato. Eppure, nel suo nuovo film, distribuito da Netflix (che continua ad alzare sensibilmente il suo quality ranking), funziona tutto. Soprattutto il racconto, cuore nevralgico e spinta emozionale ed emotiva, che taglia verticalmente le oltre 180 sedute del dibattuto processo contro i famosi Chicago Seven.

Sacha Baron Cohen, Danny Flaherty, Eddie Redmayne, Jeremy Strong, Mark Rylance ne Il Processo ai Chicago 7
Sacha Baron Cohen, Danny Flaherty, Eddie Redmayne, Jeremy Strong, Mark Rylance ne Il Processo ai Chicago 7

Alcuni fatti: nella torrida estate del 1968, i cannoni continuavano a sparare pallottole invece che fiori e le proteste hippies, da Ovest ad Est, infuocavano il Paese, sulla soglia di una nuova Guerra Civile. Due le fazioni: i pacifisti e le forze armate, utilizzate dal presidente Lyndon Johnson e da Nixon poi, come deterrente contro le manifestazioni e contro ideali ritenuti cospiratori. Così, in quel bollente agosto, forse all’apice della paranoia schizofrenica degli USA, un gruppo di manifestanti violò il coprifuoco attorno all’International Amphitheatre dove si teneva il Congresso dei Democratici, finendo sotto i lacrimogeni della Guardia Nazionale. Gli organizzatori, benché scagionati dall’allora procuratore generale Ramsey Clark (Michael Keaton, straordinario), vennero messi alla sbarra nel 1969, dopo la salita al potere di Nixon. Inutile sottolineare che il processo fu una specie di circo mediatico; un farsa in cui troneggiava il negligente (e spregevole) giudice Julius Hoffman, interpretato da un gigantesco Frank Langella.

Frank Langella è il giudice Julius Hoffman
Frank Langella è il giudice Julius Hoffman

E Sorkin, proprio attorno a questa becera figura, costruisce un dramma legale e sociale, fatto di enfasi, sfumature teatrali e pura arte cinematografica. Il regista, che conosce bene la materia, pone l’intero film sopra la (sua) scrittura, potente, dominante e strabordante di parole, scene madri (preparatevi a un doloroso e meraviglioso finale) e sguardi. Quelli del giudice Hoffman, che non fa altro che dichiararsi “oltraggiato”, quelli degli imputati, interpretati da Eddie Redmayne, Jeremy Strong, John Carroll Lynch, Sascha Baron Cohen, Yahya Adbul Mateen II (nel ruolo di Bobby Seal, leader delle Pantere Nere e tirato dentro al processo in modo del tutto circostanziale), Alex Sharp, Daniel Flaherty e Noah Robbins e, in particolar modo, con quelli dell’avvocato difensore William Kunstler (Mark Rylance, da Oscar). Per Sorkin, che non perde mai di vista la verità dei fatti (ci mancherebbe), sono tutti protagonisti. Sono l’ossatura di un vicenda incredibile quanto reale, metabolizzata dall’autore in un film tenace, classico e, ovviamente, politico.

Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong
Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong in una scena del film.

Ma attenzione, Sorkin, come fosse uno dei Chicago 7, non cerca lo scontro degli ideali: il suo film narra nient’altro che un’altra oscura e fangosa digressione nella storia degli Stati Uniti. Quella terra che fa della libertà un credo religioso, ma è pronta ad imbavagliare un afroamericano durante un processo, solo perché chiede giustizia. Di certo, Il Processo ai Chicago 7, pur gestendo con eleganza e classicità una certa aria anticonformista e fricchettona (specchio dei protagonisti, e non per superficialità del regista), è un film necessariamente arrabbiato, che (di)mostra quanto ci sia ancora tanto da fare in merito alla giustizia sociale e politica, mentre – miccia dopo miccia – risale l’indignazione popolare verso autorità che continuano ad alzare le armi. E, anche solo per la necessità di ricordare i martiri delle lotte passate, andrebbe capito e raccontato. Poi, se consideriamo che è anche un grandissimo film, allora siamo vicini al capolavoro.

Qui il trailer de Il Processo ai Chicago 7:

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