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Che fare quando il mondo è in fiamme? | Black Lives Matter e l’attualità di quel film

Il regista torna a raccontare l’America. Questa volta con lo sguardo di una comunità afroamericana

MILANO – Chuck D dei Public Enemy affermava che «il rap è la CNN dei neri». Ma, a trent’anni di distanza, il genere musicale ha smarrito quella funzione informativa e politica che lo caratterizzava. Così, oggi, il cinema del reale e il documentario ne raccolgono il testimone: Che fare quando il mondo è in fiamme? da un punto di vista artistico, possiede proprio la forza dirompente e politica che infuocava le canzoni dei Public Enemy, raccontando la vita dal basso di una comunità afroamericana in un momento storico in cui il conflitto sociale e razziale negli Stati Uniti è sempre più acceso dopo l’omicidio di George Floyd. Rivisto oggi, il film fa quasi impressione per l’attualità. Hot Corn ha incontrato Roberto Minervini che ci ha spiegato perché ha sentito l’obbligo morale di riprendere e documentare quello che è accaduto a Baton Rouge, in Louisiana, durante l’estate del 2016.

Roberto Minervini

NASCITA DI UN FILM «Pensavo a un film sull’America dei neri dal 2015 e volevo farlo attraverso la musica. Inizialmente, la mia idea era di girare un documentario sulla black music di oggi. Ma qualcosa è cambiato nel 2016, con l’uccisione di Alton Sterling e Philando Castile da parte della polizia americana. C’è di più: alcuni giorni dopo, un giovane nero ha ucciso a Dallas tre poliziotti dichiarando che era un atto necessario per vendicare la morte dei due ragazzi. Erano settimane in cui gli Stati Uniti si trovavano in piena campagna elettorale e, in quel preciso momento, Donald Trump ha spostato l’attenzione mediatica sul pericolo della violenza nei centri urbani, facendo riesplodere negli Stati Uniti la “paura del nero”. Ho deciso così che il film da realizzare non doveva avere uno sfondo musicale, ma un’accezione marcatamente politica».

Le proteste a Baltimora, dopo l’uccisione di Alton Sterling e Philando Castile

LA FIDUCIA «Per ottenere la fiducia dei protagonisti, e poter riprendere la loro quotidianità, parto sempre da una frequentazione. Le persone con cui decido di lavorare le scelgo perché voglio instaurare un rapporto che duri nel tempo, a prescindere dalle riprese. Mi relaziono con integrità e massima trasparenza: ciò significa mettersi in gioco e rischiare anche che le relazioni non vadano a buon fine. Il cinema a cui sono interessato è tortuoso. In tal senso, ho sempre avuto bisogno di tempi lunghissimi prima di iniziare un film. Prima di partire con le riprese di Che fare quando il mondo è in fiamme?, ho avuto bisogno di due anni per instaurare un rapporto con tutti i protagonisti, in maniera tale da essere sicuro che il film si potesse realizzare».

Le Pantere Nere di Roberto Minervini

LA PAURA «Quando lavoro a questi progetti, convivo costantemente con un sentimento di paura. Il cinema che mi interessa non deve essere fine a se stesso, ma relazionarsi con ciò che lo circonda in maniera trasparente, senza filtri e reti di sicurezza. Come filmmaker devo posizionarmi sullo stesso livello di tutto ciò che riprendo, vivendo in prima persona le stesse situazioni che vivono i personaggi. La paura che vivo è personale, del tutto scollegata da logiche e tutele produttive. La violenza che si vede nel film è all’ordine del giorno, ed è una violenza con cui io non mi ero mai misurato nella mia vita. Abbiamo assistito a due omicidi e siamo stati coinvolti in tre sparatorie. Certo, mentre giravo avevo paura, ma era anche un sentore, un alleato fondamentale per capire che cosa dovevo fare e come dovevo comportarmi».

UNA QUESTIONE POLITICA «Il film? Questo tipo di cinema è inevitabilmente politico, per me è necessario enfatizzare questo aspetto. L’arte cinematografica scorporata dall’elemento politico diventa altrimenti un esercizio di stile che, personalmente, non mi appassiona. Il cinema come strumento di protesta, opinione e insubordinazione, invece, è quello che cerco. Penso spesso anche a ciò che sta accadendo in Europa. Per girare, però, dovrei nuovamente traslocare e dovrebbero passare degli anni perché possa costruirmi la possibilità di realizzare un film. Lo farei senz’altro e mi è capitato di pensarci, però, ho bisogno di tempo».

Gli sguardi di Che fare quando il mondo è in fiamme?

I CINEASTI «I riferimenti? Da un punto di vista umano, mi confronto quotidianamente con Carlos Reygadas. Apprezzo molto il suo lavoro, nonostante i nostri sguardi e i nostri approcci siano molto diversi. Guardo all’Italia con curiosità: Alice Rohrwacher e Pietro Marcello si dedicano a un cinema legato ai loro territori di appartenenza e penso che questo sia molto importante. Per il resto, i miei autori preferiti appartengono al passato, e provengono dal cinema giapponese e brasiliano degli anni Sessanta, da Nagisa Oshima a Glauber Rocha, perché erano registi che utilizzavano la macchina da presa come uno strumento di insubordinazione all’interno di un contesto totalitario».

America oggi: Louisiana e la lezione inascoltata della gente del Sud

  • Qui il trailer di Che fare quando il mondo è in fiamme?:

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