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Brad Pitt, Aaron Sorkin, il baseball e la voglia di riscatto de L’Arte di Vincere

Sorkin e lo script di un film da (ri)vedere che va al di là di vittorie o sconfitte, qualificazioni o statistiche

l'arte di vincere
Brad Pitt in una scena de L'arte di vincere.

MIALNO – Sì, è vero, L’arte di vincere è un titolo piuttosto fuorviante. Sarebbe stato più corretto qualcosa come La scienza per vincere, dal momento che il protagonista Billy Beane (Brad Pitt), General Manager degli Oakland Athletics, non è mai stato un vincente e non lo diventerà neppure nelle due ore e un quarto di un film scritto con la solita brillantezza dal funambolico sceneggiatore Aaron Sorkin (Codice d’onore, The Social Network ma anche il molto sottovalutato Steve Jobs). Beane è stanco che la sua squadra di baseball sia costretta ogni anno a vendere i suoi giocatori migliori per motivi di bilancio e non riesca così mai ad accedere alle fasi finali del torneo.

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Brad Pitt è Billy Beane

Per invertire la rotta, decide di adottare un metodo statistico per ottenere vittorie: acquistare giocatori “deficitari” degli altri club (infortunati, talenti depressi o insicuri) massimizzando il loro potenziale nei pochi aspetti positivi, basandosi sulla “on-base percentage” di ciascuno, cioè la percentuale che indica il numero delle volte in cui viene acquistata una base senza aiuto di penalità. Supportato dal giovane laureato in economia Peter Brand (Jonah Hill), sostenitore delle teorie della sabermetrica (ovverosia, “la ricerca per la conoscenza oggettiva del baseball”) di Bill James e stratega improvvisato, Billy si troverà contro lo staff, allenatore incluso (Philip Seymour Hoffman, sempre immenso), a causa del metodo introdotto, ma i risultati gli daranno ragione perché gli Athletics sfioreranno l’impresa di qualificarsi alle agognatissime fasi finali del campionato.

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Una scena del film

Uno dei film di sport meno enfatici e celebrativi che siano mai stati realizzati. Qui non c’è spazio per climax emotivi o per parabole miracolose. Sorkin e il regista, Bennett Miller, lavorano per ridimensionare il mito del Sogno Americano, senza però volerlo rinnegare, semplicemente mettendolo in pratica, “realizzandolo” con la scienza degli algoritmi. Il metodo statistico portato avanti dalla coppia Beane-Brand concede una seconda possibilità ai rincalzi di riscattarsi, di tornare utili, nonostante non gli sia certamente garantita la vittoria finale. E infatti, dopo un inizio di stagione disastroso, gli Athletics inanellano una striscia consecutiva di venti vittorie, perdendo però la sfida decisiva per la qualificazione.

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Pitt e Jonah Hill

Il grande sogno di Billy Beane? Non si realizza. Malgrado questo il percorso e la costruzione di un programma alternativo capace di sopperire alla mancanza di budget rappresentano il cuore pulsante di una pellicola cinica e romantica, dove il gesto sportivo viene tenuto a distanza perché ciò che conta sono gli interni degli uffici, gli spogliatoi, i contratti e le speranze. Quello che è davvero al centro de L’arte di vincere risulta essere il rapporto tra fattore umano e metodicità, tra voglia di riscatto e meccanicismo, tra talento e tecnica, tra “zen e arte della manutenzione della motocicletta”.

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Philip Seymour Hoffman è Art Howe in L’arte di vincere

Senza l’attuazione delle teorie della sabermetrica, non ci sarebbe stata la possibilità per giocatori sul viale del tramonto di rimettersi in gioco. Senza di loro, l’algoritmo non avrebbe senso di esistere, sarebbe pura teoria. E il personaggio di Beane, interpretato da un malinconico e perdente Pitt, rimane così un eterno incompiuto, arrivando ad autocelebrare la propria condizione esistenziale di manager tifoso e utopico («Come si fa a non essere romantici con il baseball?») disteso sull’erba dello stadio, per respirare il sentimento che appartiene indissolubilmente a ogni sport, al di là di qualsiasi vittoria o sconfitta, qualificazione o statistica. Perché la vita è sempre rialzarsi dopo le cadute.

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