in

Arrival | La vera storia del linguaggio alieno del film di Denis Villeneuve

Un alfabeto di cento logogrammi circolari ideato da Patrice Vermette e Martine Bertrand

MILANO – Quante volte il cinema sci-fi ci ha mostrato l’interazione tra esseri umani e alieni? E quante volto lo ha fatto adagiandosi su cliché ormai desueti? Ci ha pensato Denis Villeneuve con Arrival a invertire una rotta conosciuta quanto stantia. Basato sul racconto breve di Ted Chiang, Story Of Your Life, il film racconta la storia di una linguista, Louise Banks (Amy Adams), chiamata dall’esercito statunitense per comprendere le intenzioni di creature extraterresti comparse in dodici navi spaziali sospese in varie zone del mondo.

Una scena di Arrival

Un compito arduo dato che gli “invasori” comunicano attraverso suoni e schizzi d’inchiostro circolari all’apparenza indecifrabili. Un film sulla (in)comunicabilità, sull’impegno che richiede comprende l’altro, sia esso un alieno o un altro essere umano diverso da noi. Il racconto di un dialogo che apre a possibilità e scelte, come quella che dovrà prendere la sua protagonista. «Se potessi vedere la tua vita dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?».

Un dettaglio della sceneggiatura di Arrival

Ma come è stato creato il linguaggio alieno di Arrival? Tutto merito di una conversazione tra il production designer del film, Patrice Vermette, con la moglie, l’artista canadese Martine Bertrand. Mentre lui si arrovellava alla ricerca di una soluzione, arrivando a consultare lingue estinte di Medio Oriente, Asia e America del Sud, la Bertrand gli chiese di lasciargli i suoi appunti per un giorno. La sera, sul tavolo del soggiorno, Vermette si ritrovò davanti i primi quindici simboli che avrebbero dato inizio alla creazione di un vero e proprio alfabeto.

Alcuni dei logogrammi utilizzati in Arrival

Cento logogrammi circolari che rappresentano la concezione non-lineare del tempo degli alieni di Arrival per i quali non c’è una direzione univoca ma una fluidità che si riallaccia alla struttura stessa della sceneggiatura di Eric Heisserer. Ma se un logogramma permette di esprimere un concetto senza dover ricorrere a sintassi o punteggiatura, come fare per creare una frase? È qui che entrano in gioco Stephen e Christopher Wolfram, fondatori di un software di codifica matematico attraverso cui hanno suddiviso ogni simbolo in 12 segmenti, ognuno con un significato differente dato dal tratto utilizzato.

La suddivisione in 12 sezioni di un logogramma

Così ogni logogramma rappresenta un’intera frase che può essere suddivisa in parole. Le stesse usate dalla linguista Louise per comunicare con quelle creature venute dal futuro per aiutare il genere umano e dare inizio ad una storia fatta di amore e consapevolezza, di accettazione del dolore e profonda connessione. Quella di una madre e una figlia. «È qui che inizia la tua storia».

  • Qui potete ascoltare un brano della colonna sonora di Arrival:

Lascia un Commento

Criminal: una scena della serie crime antologica di Netflix

TV COLUMN | Tra sperimentazione e confessioni: ma com’è Criminal?

Io & il Cinema | Andrea Bosca: «I film che amo, Mystic River e il talento di Meryl Streep»