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Flaubert, Truffaut e un’estate al mare. Perché recuperare Mektoub, My Love: Canto Uno

Abdellatif Kechiche e il suo cinema totale: perché dovete recuperare il film di Kechiche su CHILI

Ophélie Bau, Shaïn Boumedine e Lou Luttiau in Mektoub, My Love

MILANO – Il cinema di Abdellatif Kechiche – si sa – è sempre stato oggetto di un’accoglienza di natura ambivalente: sia da parte del pubblico che da parte dalla critica festivaliera, che pure lo aveva insignito della Palma d’oro a Cannes nel 2013 per La vita di Adele. Ne è ennesima riprova la tiepida ospitalità ricevuta a Venezia per Mektoub, My Love: Canto Uno – disponibile in streaming su CHILI, dopo un passaggio in sala poco fortunato, in cui – come negarlo – del tanto discusso male gaze, lo sguardo maschile, Kechiche fa uno sfoggio indifendibile. Eppure l’ossessione per il corpo femminile e le sue forme, qui supera il voyeurismo stucchevole di cui è stato più volte tacciato. La scena con cui si apre il film ha, da questo punto di vista, il sapore di una dichiarazione di intenti.

Ophélie Bau e Shaïn Boumédine in una scena di Mektoub My Love.

Amin – uno straordinario Shaïn Boumedine, talmente bravo da sembrare reale – si apposta alla finestra in attesa che l’amica Ophélie (Ophélie Bau, colpo di fulmine) e il cugino Toni (Salim Kechiouche) consumino l’amplesso. Le carni dei personaggi si intrecciano, la macchina da presa si insinua tra i corpi nudi e i volti dei protagonisti, guidando lo spettatore nei meandri della realtà quotidiana, fatta di sguardi accennati ed emotività debordante. Se ne La vita di Adele era la struggente passione fra Adele e l’eccentrica Emma ad essere raccontata, qui è ancora una volta un periodo di transizione fondamentale – l’adolescenza – a finire sotto il raffinato sguardo del regista in una elegia intrisa di erotismo e sensualità.

Salim Kechiouche, il cugino Toni, in azione.

«Le cinéma existe encore», hanno scritto in Francia e Mektoub, My Love: Canto Uno non lascia scampo, o si ama alla follia o si odia, perché risulta anche il lavoro più personale di Kechiche, costellato di indizi che rimandano alla biografia dello stesso autore, inno alla giovinezza e alle sue forme più pure e catartiche, la ricerca di una felicità perduta che non può più tornare. Amin seduce e si lascia sedurre, resta ammaliato dalla bellezza del corpo femminile ma – come lo spettatore – si limita a contemplare, ad osservare sagome in movimento. Kechiche non taglia, anzi, affresca la realtà per mettere in scena il racconto di un’estate al mare tra amici, tra il cinema di Truffaut e L’educazione sentimentale di Flaubert.

Amin e Ophélie sulla spiaggia di Sète. Estate 1994.

Così non rinuncia al suo marchio di fabbrica, inconfondibile: la durata. Mektoub, My Love: Canto Uno – la cui sceneggiatura parte da La Blessure la vraie di François Bégaudeau, lo stesso autore dietro La classe di Cantet – è un fiume di immagini lungo 165 minuti, con godimento estatico – nella versione presentata nelle sale italiane è stata tagliata parte della lunga scena in discoteca – ed immagini evocative di incisiva potenza. Non fatevi intimorire dalla lunghezza, lo spettacolo offerto è di bellezza abbacinante e alla fine vi sembrerà davvero di aver conosciuto Amin, Ophélie e tutti gli altri in quella strana estate del 1994. 

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