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Il Cileno: intervista a Sara Serraiocco e Sergio Castro San Martin

Un ponte umano e politico tra l’Italia degli Anni di Piombo e il Cile. Il regista e la protagonista ci raccontano le sfide, i personaggi e i temi al centro del film.

ROMA – Ci sono storie che il tempo non riesce a cancellare, perché continuano a vivere nelle persone, nei silenzi e nelle ferite che attraversano le generazioni. Il Cileno nasce proprio da questa necessità di ricordare e riportare alla luce una pagina complessa della nostra Storia. In occasione della presentazione del film, abbiamo incontrato il regista Sergio Castro San Martin e Sara Serraiocco, protagonista di un racconto che intreccia memoria, esilio e identità, tra il Cile della dittatura e l’Italia degli anni di piombo.

Il rapporto tra Aldo e Luciana nasce dall’incontro tra due persone che vivono, in modi diversi, ai margini o fuori dalle regole della società. Che cosa ha visto l’uno nell’altra?

Sergio Castro San Martin: Per me si tratta di un incontro che è insieme uno specchio sociale, politico e strettamente personale. Aldo Marin è un personaggio popolare, un minatore cileno esperto di esplosivi. Luciana, al contrario, è una dottoressa d’origine aristocratica, figlia di un diplomatico, che pratica aborti clandestini. Si incontrano nell’Italia degli Anni di Piombo e condividono una forma di rivoluzione profonda, prima di tutto interna. Aldo cerca di scappare, ma finisce per essere arruolato dal gruppo anarchico Azione Rivoluzionaria. C’è una componente di manipolazione all’inizio da parte di Luciana, ma dopo la morte di Aldo, il senso di colpa la spinge a intraprendere un viaggio in Cile per cercarne il figlio.

Sara Serraiocco: Luciana riconosce in Aldo una repressione e una rabbia che in fondo le appartengono. Vede in lui lo stesso desiderio di libertà e la stessa ricerca d’identità. Nonostante provengano da mondi apparentemente lontani, si riconoscono.

C’è un paradosso nel personaggio: Aldo fugge da un regime che usa la violenza, ma porta con sé una competenza costruita proprio intorno alla violenza. È possibile, secondo lei, liberarsi davvero da ciò che un regime ha insegnato?

Sergio Castro San Martin: È una domanda fondamentale. Aldo resta in qualche modo incastrato in questo meccanismo. C’è una forte similitudine tra quello che accadeva in Italia e ciò che si viveva in Cile in quegli anni. Spesso la storiografia cilena ha raccontato solo l’esilio politico delle élite o degli aristocratici, dimenticando figure popolari come Aldo Marin. Questo film vuole essere un omaggio a lui e a tutti quegli esiliati spinti lontano dalla dittatura di Pinochet di cui ci si è dimenticati.

Sara, il tuo personaggio, Luciana, agisce al di fuori della legalità per aiutare altre donne. È una scelta morale molto forte e rischiosa. Come hai lavorato per trasmettere il peso di chi compie una scelta d’amore e di civiltà rischiosa per la propria vita?

Sara Serraiocco: Luciana è dotata di un’integrità e di un’onestà intellettuale straordinarie. È un medico devoto al prossimo e non giudica mai: né le donne che assiste, in una storia che parla fortemente di sorellanza, né Aldo. Con Sergio abbiamo cercato di evitare la spettacolarizzazione della militanza. Voleva una donna integra ma vulnerabile, capace di trasmettere le proprie sfumature emotive attraverso lo sguardo e la percezione interna, senza mai calcare la mano.

Com’è stato lavorare insieme e gestire un set così internazionale?

Sara Serraiocco: È stata la mia prima volta sul set con Sergio ed è stato un viaggio bellissimo. Tra l’altro ho recitato per la prima volta in spagnolo. Abbiamo girato tra la Svizzera, Torino e il Cile, ed è stato quasi comico vedere Sergio che, nell’impeto della regia, dava indicazioni in italiano agli attori cileni che gli rispondevano: “Sergio, ma noi non capiamo l’italiano!”. C’era una splendida fusione di lingue e culture.

Che significato ha avuto per te dare voce a una pagina di storia femminile che spesso viene raccontata solo di riflesso rispetto alle grandi vicende politiche?

Sara Serraiocco: Luciana rappresenta una delle tante donne che hanno lottato negli anni ’70 per farci ottenere i diritti di cui godiamo oggi, come la legge del ’78 sull’interruzione volontaria di gravidanza. È triste vedere come certi diritti vengano messi ancora in discussione. Dobbiamo ricordarci di ringraziare queste donne e tenerci stretta la nostra libertà.

Qual è stata la scelta più rischiosa di questo film, quella che potrebbe dividere o far discutere il pubblico?

Sergio Castro San Martin: Il cinema per me deve essere un esercizio di discussione sociale e politica, altrimenti perde di interesse. Al di là del primo livello di lettura — quello del film politico sulla memoria storica — il cuore dell’opera affronta un tema universalmente umano: il passaggio dall’esilio politico al concetto contemporaneo di migrazione. Sono molto curioso di vedere come reagirà il pubblico di fronte a questo specchio.

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