VENEZIA – Forse Nino Rota lo conosciamo tutti, anche quando pensiamo di non conoscerlo. Basta una manciata di note e qualcosa torna immediatamente alla memoria: una strada di Fellini, il valzer de Il Gattopardo, la Sicilia dei Corleone. Prima ancora dei titoli, prima ancora delle immagini, c’è quella strana sensazione di familiarità che appartiene soltanto alle musiche capaci di entrare nell’immaginario collettivo. Eppure dietro quelle melodie c’è un Nino Rota molto più grande del cinema. Un bambino prodigio, un compositore di musica cosiddetta “assoluta”, un uomo riservato, spirituale, svagato, difficile da mettere completamente a fuoco. È proprio in quello spazio, tra l’artista che tutti crediamo di conoscere e l’uomo che continua a sfuggirci, che Walter Fasano costruisce Nino – Un film su Nino Rota. Scritto, diretto e montato dallo stesso Fasano, il documentario attraversa la vita e l’opera del compositore senza cercare di trasformarle in una biografia tradizionale. Materiali d’archivio, immagini, testimonianze e la voce narrante di Sting entrano in dialogo con una protagonista assoluta: la musica. Quella scritta per Fellini, Visconti, Zeffirelli e Coppola, certo, ma anche quella parte enorme della produzione di Rota rimasta inevitabilmente più lontana dal grande pubblico. Perché forse il punto di Nino è proprio questo: partire da ciò che abbiamo ascoltato mille volte per provare a scoprire chi c’era dietro. Ne abbiamo parlato con Walter Fasano.
Nino Rota è uno di quegli artisti che conosciamo spesso senza rendercene conto: basta ascoltare poche note e immediatamente riaffiora un film, un’immagine, un’emozione. Quando hai iniziato a lavorare a Nino, qual era invece l’aspetto dell’uomo dietro quelle musiche che sentivi fosse ancora poco conosciuto?
Quello che hai detto descrive proprio un sentimento condiviso anche da me, ma credo da tanti, rispetto a questa forma di familiarità. È qualcosa che ti si riaccende dentro quando ascolti la musica di Rota, non soltanto come memoria emotiva, ma proprio come emozione. C’è una connessione diretta che, in qualche maniera, ti parla anche dell’artista perché, senza necessariamente dover ricondurre la musica a lui, c’è un tratto distintivo che la accomuna. Non è soltanto una questione di ricorrenza tematica o di qualità strumentale dell’arrangiamento, ma qualcosa che quasi sempre ti tocca nel profondo. Quando sono andato a investigare, o comunque a interessarmi al suo percorso umano e privato oltre che professionale, inevitabilmente ho cercato delle tracce. E le ho trovate, per esempio, nel suo percorso spirituale, che chiaramente ha guidato la sua mano e le sue intenzioni artistiche. Al tempo stesso mi sono approcciato a lui con una grandissima laicità, perché è impossibile avvicinarsi alla vita di qualcuno di cui hai l’ambizione di parlare – anche tratteggiandone un ritratto e senza dare una visione esaustiva – senza lasciarti invadere da quello che osservi e da quello che apprendi. Tantissime letture, tantissimo ascolto della musica e delle parole di chi l’ha conosciuto: è stato questo a portarmi a cercare di intravedere fra le righe ciò che può essere stato l’uomo Rota e a provare a metterlo, con i mezzi del cinema, nel film.
Rota è diventato universalmente celebre grazie al cinema, ma per lui la musica per film era soltanto una parte di una produzione vastissima. Quanto era importante liberarlo, in qualche modo, dall’etichetta di “compositore per il cinema” e restituirgli la sua dimensione di compositore a tutto tondo?
Credo che la storia gli faccia giustizia e che chiunque sia appassionato di musica, e ovviamente anche di musica da film, possa fare in autonomia un passaggio di acquisizione di questo tipo. Per me stesso è stata una grande sorpresa. Ovviamente ero a conoscenza dell’esistenza di una produzione musicale al di là della musica da cinema, e in dialogo con la musica da cinema, ma per esempio non sapevo che rappresentasse praticamente l’altra metà della luna, l’altra metà della sua produzione. Da questo punto di vista, se il film riesce a fare luce e a segnalare la presenza di tutto questo, non posso che esserne più che contento. Spero proprio che il film, che non pretende in alcun modo di essere esaustivo, riesca a lasciare delle porte aperte e a lanciare dei semi che possano far crescere l’interesse. E quindi portare a vedere film, ascoltare musica e consultare un archivio vastissimo e meraviglioso.
Nelle note di regia scrivi che per raccontare Rota «è sufficiente fare spazio alla musica». Da montatore, oltre che da regista, come si costruisce un film in cui è la musica stessa a dettare il ritmo, le associazioni e magari anche la struttura del racconto?
L’hai detto tu: bisogna abbandonarsi alla gioia della musica, all’ascolto della musica. E, parlando di gioia, soprattutto per chi fa cinema e in particolar modo per chi, come me, ha fatto del montaggio la sua principale area di interesse e di lavoro negli anni, significa lasciarsi trasportare da questo rapporto sempre imprevedibile fra immagini, musica e suoni. In questo caso specifico c’è anche un narratore, per cui esiste la possibilità di costruire diversi livelli espressivi e narrativi che si moltiplicano e si rilanciano fra loro costantemente. Ed è stata una grande gioia.
Nel raccontarlo parli anche di un uomo «a tratti inafferrabile», riservato, svagato e profondamente immerso nella musica. Dopo avergli dedicato questo film, hai la sensazione di essere riuscito ad avvicinarti a Nino Rota oppure una parte di lui è rimasta necessariamente misteriosa?
Un po’ sì, ma come puoi afferrare un simbolo o un’immagine tra quelle che riempiono costantemente il film, sia quelle più dichiaratamente ermetiche sia quelle un po’ più criptiche nel loro darsi. Penso, per esempio, a tutta la rappresentazione della natura, che a me interessa tanto e che chiaramente parla di un rapporto e di una necessità più profonda di Rota – ma anche di tutti noi, sicuramente di me – di rientrare in un rapporto più profondo con tutto quello che ci circonda. La chiave per me è un po’ quella. Probabilmente hai degli spiragli per vedere delle cose e, se ci sono riuscito, è a livello di intuizione personale, di quello che io vedo nel film e che spero in qualche modo arrivi. Ma non ho nessun diritto di crederlo. Alcune volte, in alcuni particolari, in alcune fughe prospettiche, credo ci sia stato il baluginare di qualcosa che somigli a ciò che lui è stato, ha detto, ha voluto dire e ha musicato. Tramite un altro mezzo, questa volta: quello del film che abbiamo fatto.
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