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The Echo Chamber: Andrea Pallaoro racconta l’amore tra dolore e dipendenza

L’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci arriva alla Mostra di Venezia: un amore sospeso tra musica, memoria e dipendenza

VENEZIA – Andrea Pallaoro porta in concorso all’83ª Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, una  storia d’amore in cui le connessioni tra presenza e assenza, amore e sofferenza si confondono fino a svanire . Il film nasce dall’ultimo testo firmato da Bernardo Bertolucci, scritto dal maestro parmense insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi negli ultimi anni della sua vita, prima della sua scomparsa nel 2018. Leo( Luca Marinelli) è  un affermato produttore musicale tormentato da forti dolori alla schiena, una sofferenza che sembra essere tanto fisica quanto emotiva.  Anne (Alicia Vikander) è una fisioterapista che si preoccupa di curare il suo costante malessere. Tra i due inizia una relazione enigmatica. Lei lo cura tra massaggi e analgesici, istaurando con lui una forma di dipendenza reciproca. Amore, dolore e assistenza iniziano così a confondersi. Leo e Anne si  perdono e si cercano ma non riescono a lasciarsi né a liberarsi. È proprio in questo frammento che una canzone, proveniente dal passato e quindi riascoltata e rielaborata un’infinità di volte, diventa lo strumento migliore, non un semplice sottofondo, l’unica lingua possibile per due anime che hanno bisogno di proteggersi. Diventa un ponte sospeso nel tempo, capace di unire Leo e Anne senza il rischio di bruciarsi di nuovo. La musica si trasforma così in un filtro protettivo, permettendo a Leo e Anne di toccarsi da lontano, usando le note e le parole di qualcun altro per dire ciò che a loro, altrimenti, sarebbe impossibile comunicare. La storia d’amore  tra Leo e Anne, in cui l’amore è inseparabile dalla sofferenza, è il fil rouge che ha segnato finora il cinema di Pallaoro, come nella precedente opera Monica e prima ancora in Hannah, interamente costruito sul volto di Charlotte Rampling e Medeas. The Echo Chamber, (prodotto da Indigo Film con Rai Cinema) , girato interamente dentro un singolo appartamento, contemporaneamente rifugio e prigione, luogo della memoria e di controllo, si svolge fra silenzi e vuoti, riempiti costantemente dall’arredamento e dagli oggetti  inanimati che talvolta assumono un ruolo fondamentale sostituendo la parola quando la comunicazione diretta è impossibile o troppo rischiosa: “uno spazzolino o una sciarpa diventano emotivi, tracce tangibili di un passaggio e di un’intimità che non riesce a farsi dialogo”. Gli spazi vuoti e la densità degli oggetti accolgono anche “ l’eco “ di Ava (Susan Sarandon), la grande cantante a fine carriera e icona del passato la cui voce e presenza riempiono le stanze, chiudendo quel “ triangolo scaleno di fragilità”, in una ricerca continua di qualcosa che possa risvegliare il torpore di queste anime sospese in un limbo.

Sebbene la pellicola sia stata girata a Roma, la storia del film è idealmente ambientata a Londra. L’appartamento, unica location del film,  in questo spazio claustrofobico e fluttuantesi, si trasforma in una cassa di risonanza psicologica dove i due protagonisti si evitano ed entrano l’uno nello spazio dell’altra in momenti alterni, abitando lo stesso luogo ma in piani temporali che sembrano quasi respingersi. Il linguaggio visivo del film è contemplativo, sensuale, ellittico, riflettendo un mondo plasmato dalla memoria, dalla percezione e da un distorto riconoscimento reciproco.  Per Pallaoro  “ il tempo esiste in una dimensione sospesa, si dilata e si ripiega su se stesso. Il senso non viene mai dichiarato apertamente, ma emerge attraverso gesti frammentati, silenzi, iterazioni e sguardi che non rivelano mai una risoluzione definitiva”. Ma cos’è questa Echo Chamber? Non è solo un luogo fisico ma la camera acustica della memoria, dove ogni suono del passato continua a rimbalzare all’infinito. La presenza di pianoforti o chitarre non suonati rende il silenzio ancora più “assordante” per ascoltare l’eco dell’anima.  Diventano promesse di una musica che c’è stata o che potrebbe esserci, contenitori fisici di quella felicità o di quell’euforia che ora i personaggi faticano a ritrovare. I giorni felici e i momenti dolorosi non svaniscono, ma coesistono nello stesso istante, trasformando l’appartamento in un limbo emotivo in cui Leo e Anne sono costretti a fare i conti con i propri fantasmi.

Andrea Pallaoro dirige un’opera che va “al di là della sua dimensione intima, e affronta una condizione universale, il modo in cui spesso ci aggrappiamo proprio alle cose che ci impediscono di andare avanti.The Echo Chamber parla delle tracce che le persone lasciano le une nelle altre, ricordi, ferite, desideri, dipendenze  e del modo in cui le relazioni possono diventare spazi sia di rifugio che di prigionia. I personaggi ripetono gli stessi schemi emotivi, alla ricerca di una connessione che al tempo stesso temono, manipolandosi a vicenda per evitare di confrontarsi con la propria solitudine”.

 

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