VENEZIA – Quanto è difficile resistere quando tutto sembra perduto? È forse questa la domanda che attraversa Se venisse anche l’inferno, il film di Samuele Rossi presentato come Evento Speciale alle Giornate degli Autori di Venezia 83. Novanta minuti che tornano all’inverno del 1944, «la stagione più buia della guerra in Italia», ma che fin dall’inizio guardano molto più vicino a noi. Il protagonista è Gio, interpretato da Luca Tanganelli, al suo esordio da protagonista. È un giovane partigiano di vent’anni che sopravvive all’imboscata che spazza via la sua squadra e riceve un ordine apparentemente elementare: restare nel rifugio sulle Alpi e sopravvivere fino alla primavera, quando lo scioglimento della neve consentirà la ripresa dei combattimenti. Attorno a lui compaiono uomini e donne altrettanto sospesi: un internato fuggito dai campi nazisti, una nonna che aspetta il ritorno del nipote, un vecchio contadino. E l’Ufficiale Agostino interpretato da Giorgio Colangeli.
Ma Rossi non aveva intenzione di realizzare semplicemente un altro film sulla Resistenza. «Nel nostro presente c’è una sensazione di rabbia, una sensazione di paura verso un mondo che sembra di nuovo ripiegato verso abissi che speravamo di aver dimenticato», racconta a Hot Corn. Guerre, nuove generazioni, diritti delle donne, Palestina, Ucraina, il ritorno di forme diverse di fascismo: è dentro questo presente che il regista ha sentito l’urgenza di tornare al 1944.
«E cosa rimane? Rimane la necessità di resistere. Di resistere all’abisso, a una tragedia che sembra scontata e inevitabile». Da qui la scelta di ambientare il film proprio nell’inverno del ’44, quando la fine della guerra era tutt’altro che vicina e la possibilità della vittoria non appariva affatto certa. «Quanto è difficile resistere quando tutto sembra perduto? A quel punto la necessità diventa sopravvivere. Perché un giorno servirà comunque testimoniare che ci siamo, che esistiamo e siamo qualcosa di diverso. Lì c’è il senso ultimo della Resistenza: rimanere vivi, rimanere qui».
Ed è proprio sulla distanza tra la Resistenza con la maiuscola e quella individuale che insiste Giorgio Colangeli. Il suo Ufficiale Agostino appartiene a una generazione diversa da quella di Gio: è un uomo stanco, che ha già combattuto e che vorrebbe semplicemente tornare a casa. Ma per Colangeli il personaggio porta con sé anche una questione molto contemporanea, quella della trasmissione della memoria.
«La nostra generazione ha mancato un compito importante: quello della trasmissione di certi valori, quello della Resistenza, dell’identità storica del nostro Paese che passa attraverso la Resistenza. I miei genitori l’hanno vissuta, me l’hanno raccontata. Io non ho raccontato nulla a mio figlio. Per me è stato importante fare un film che ne parlasse». Non una casella da aggiungere alla carriera: «Mi mancava proprio come esperienza etica, come impegno, come necessità che andava in qualche modo soddisfatta».
Perché la Storia, suggerisce Colangeli, può sopravvivere soltanto quando torna a essere storia di qualcuno. «La Resistenza appartiene alla Storia con la S maiuscola, noi la raccontiamo come una storia con la s minuscola. È la storia di una singola persona che deve portare a termine una missione. Non c’è nessuno che lo segue, nessuno che lo sostiene, nessuno che gli dice bravo. E ogni minuto può chiedersi: “Ma chi me lo fa fare?”. Eppure continua».
È anche la chiave scelta da Luca Tanganelli per avvicinarsi a Gio. Non costruire un eroe partigiano, ma cercare il ragazzo sotto il partigiano. «C’è stata la volontà e la necessità di raccontare degli esseri umani, non dei simboli e neanche degli ideali. Con Samuele non abbiamo fatto discorsi su cosa fosse giusto raccontare politicamente o storicamente. Abbiamo pensato a un essere umano». Durante la preparazione Tanganelli ha ripensato ai racconti dei nonni, ma soprattutto ha provato a porsi una domanda molto più brutale: io, al suo posto, cosa avrei fatto?
Ed è qui che la distanza tra un ventenne del 1944 e uno del 2026 improvvisamente si accorcia. «Credo che ciò che possa accomunare un ragazzo di ieri e un ragazzo di oggi sia, in certi casi, la paura. E veramente la Resistenza. Una Resistenza fatta di piccole cose che si costruiscono quotidianamente, oggi come allora». Per Tanganelli il punto di contatto è soprattutto «l’attaccamento alla vita», la volontà di continuare a combattere «anche solamente per se stessi, per i propri cari, per la giustizia di essere al mondo».
Anche la maniera in cui Se venisse anche l’inferno è stato realizzato diventa allora parte del discorso. Rossi parla apertamente di cinema indipendente come forma di resistenza. Il progetto nasce mentre un altro suo film, scritto a partire dal 2021, rimane per anni bloccato prima di arrivare sul set. Da produttore oltre che da regista decide allora di tentare un percorso differente: scrivere un film sapendo fin dall’inizio quali risorse avrebbe avuto, costruendone la drammaturgia, il numero dei personaggi e persino il linguaggio visivo intorno a quelle possibilità.
«Negli ultimi anni tutto, a livello produttivo, distributivo e legislativo, si è spostato nel favorire e incentivare il cinema industriale», sostiene Rossi. «Questo appiattimento ha creato da una parte una ripetitività e una stanchezza nelle formule del cinema industriale e dall’altra ha drenato totalmente le energie e le possibilità del cinema indipendente, che è quasi scomparso». Se venisse anche l’inferno diventa quindi anche il tentativo di recuperare «uno spirito vero» di quel cinema: troupe ridotta, budget contenuto e maggiore libertà creativa. Una libertà che ha determinato persino la forma del film. Girato cronologicamente in tre sessioni nell’arco di cinque mesi, tra Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Toscana, il film utilizza piani sequenza, long take e un dispositivo mobile stabilizzato. E soprattutto sceglie il formato 4:3, quasi paradossale davanti all’immensità delle montagne.
«Volevo tenere lo schermo in antitesi con la larghezza degli spazi e chiudere tutto all’interno di un quadro che suggerisse una maggiore concentrazione sul personaggio», spiega Rossi, citando tra i riferimenti Il figlio di Saul di László Nemes e il cinema di Alejandro González Iñárritu. L’obiettivo è costruire «una dimensione quasi tattile dell’esperienza visiva» e insieme un senso claustrofobico che impedisca allo spettatore di sottrarsi alla fisicità di Gio.
E poi Venezia. Perché il film è arrivato alle Giornate degli Autori attraverso un percorso indipendente e proprio il festival, secondo Colangeli, può diventare oggi uno degli ultimi luoghi in cui il cinema recupera la sua natura collettiva. L’attore difende soprattutto quella rete di festival grandi e piccoli che negli anni è diventata «una specie di circuito alternativo alle sale», un’occasione per vedere i film «come andrebbero visti: non a casa sul divano, ma insieme ad altra gente».
«Cinema e teatro adesso sono due alleati», dice Colangeli, «perché sono entrambi minacciati da qualcosa di ancora più potente: il fatto che non esci da casa, che la tecnologia ti mette in condizione di provare delle emozioni senza uscire. Ma provarle insieme a degli sconosciuti è una cosa completamente diversa. Un conto è lo stadio, un conto è la cronaca. Per il cinema è la stessa cosa».
Per Tanganelli Venezia è invece una scoperta assoluta. Non era mai stato alla Mostra, nemmeno da spettatore. «È bellissimo, un’emozione unica. Mi sono sentito veramente nello spazio infinito». Ma quello che gli rimane non è tanto il red carpet quanto l’accoglienza ricevuta alle Giornate degli Autori, la sala, le persone arrivate dalle città della troupe per sostenere il film: «Sono luoghi necessari di incontro. È ancora più bello quando ci si può guardare e dire: siamo qua insieme, stiamo facendo questa battaglia insieme».
Rossi aggiunge un ultimo elemento: il festival restituisce visibilità anche a chi normalmente rimane fuori dal racconto pubblico di un film, la troupe e i tecnici. Una restituzione particolarmente importante nel cinema indipendente, dove la gratificazione economica è inevitabilmente limitata: «La restituzione pubblica di un ruolo, di un lavoro, di una dimensione umana è importante. Esci con una gratificazione che non è solo il titolo, ma è anche il contatto. E questo te lo dà solo il festival».
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