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Ink: il potere dell’informazione raccontato da Danny Boyle

Il regista britannico ricostruisce la nascita del nuovo Sun per riflettere sul rapporto tra giornalismo, potere e opinione pubblica, in una storia del 1969 che parla sorprendentemente anche al presente.

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VENEZIA – Il giornalismo non è mai stato soltanto il racconto dei fatti. È, prima di tutto, una scelta. Decidere quale storia raccontare, da dove iniziarla, quale titolo darle. Perché ogni scelta editoriale non cambia solo una pagina: può cambiare il modo in cui guardiamo il mondo. È una riflessione che oggi, nell’epoca degli algoritmi, delle notizie in tempo reale e dei social network, sembra più attuale che mai. Eppure Ink, il nuovo film di Danny Boyle presentato all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ci riporta al 1969, quando internet non esisteva ancora ma il potere dell’informazione aveva già iniziato a trasformare la società.

Il punto di partenza è un episodio destinato a segnare la storia dell’editoria: l’acquisto del The Sun da parte di Rupert Murdoch e la scelta di affidarne la direzione a Larry Lamb. Una decisione che avrebbe cambiato il linguaggio del giornalismo britannico e, con esso, il rapporto tra informazione, potere e opinione pubblica. Più che ricostruire un fatto storico, però, Ink sembra voler indagare il momento in cui una notizia smette di essere soltanto una notizia e diventa uno strumento capace di orientare il dibattito, influenzare la politica e modificare l’immaginario collettivo.

Non sorprende che a raccontare questa storia sia proprio Danny Boyle. Nel corso della sua carriera, il regista britannico ha spesso osservato i momenti in cui la società cambia direzione, raccontando personaggi travolti da trasformazioni più grandi di loro. Con Ink quello sguardo sembra spostarsi su un’altra rivoluzione, meno evidente ma forse ancora più profonda: quella del modo in cui le notizie vengono costruite, raccontate e consumate.

Le parole dello stesso Boyle restituiscono con chiarezza questa prospettiva. Il 1969, ricorda il regista, non è stato soltanto l’anno dello sbarco sulla Luna, ma anche quello in cui nacque un quotidiano destinato a influenzare il mondo “molto prima di Fox News, del clickbait, di Twitter o di Facebook”. Una riflessione che rende Ink sorprendentemente contemporaneo, perché invita a guardare alle radici di dinamiche che oggi fanno parte della nostra quotidianità.

Ad accompagnare Boyle in questo racconto ci sono Jack O’Connell nei panni di Larry Lamb, Guy Pearce in quelli di Rupert Murdoch e Claire Foy, protagonisti di una storia che supera la cronaca per interrogarsi sul significato stesso dell’informazione. Non tanto su ciò che accade, ma sul modo in cui scegliamo di raccontarlo. In questo senso, Ink sembra inserirsi perfettamente nel programma della Mostra. Non è soltanto un film sul giornalismo o sull’editoria. È un’opera che parla del potere delle storie e della responsabilità di chi le racconta. Perché ogni epoca ha avuto i propri strumenti per catturare l’attenzione del pubblico, ma la domanda è rimasta sempre la stessa: chi decide quale versione della realtà finirà davanti agli occhi di milioni di persone?

Questo è probabilmente il mistero più interessante che il film esplora. Non la nascita di un tabloid, ma l’origine di un modo nuovo di intendere l’informazione. E in un tempo in cui il dibattito sulla credibilità delle notizie è più acceso che mai, guardare a quel momento significa, inevitabilmente, interrogarsi anche sul presente.

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